Il corpo non mente

Pubblicato: 13 ottobre 2010 in "MA LA MENTE MENTE?" della Dottoressa Emanuela Fasano

Numero 1                                                                                                              Mercoledì 13 Ottobre 2010

MA LA MENTE, MENTE?

Rubrica di psicologia con l’obiettivo di fornire spunti per riflettere sulle possibilità negate di ritrovare l’energia insita nella spontaneità e nella naturalezza di ogni essere umano, e stimolare riflessioni e curiosità sul rapporto che l’individuo ha con la propria mente e il proprio corpo.

IL CORPO NON MENTE

Carissimi lettori e lettrici,

sono molto emozionata e felice di potervi finalmente salutare e di poterlo fare all’interno di questa rubrica.

Dunque, anzitutto, benvenuti a tutti noi in questo nuovo spazio del Makkekomiko Blog.

Inizia qui la nostra avventura alla riscoperta della straordinaria bellezza della natura umana, della sua potenza e della sua fragilità. Parlo di riscoperta, perché all’interno delle nostre memorie corporee è tutto già scritto e conosciuto! Il “problema” è che esse parlano un linguaggio diverso da quello verbale e non rispondono alle rigide leggi della logica.

Immaginiamo allora di dover creare una nuova lingua, e di chiamarla sensazione. Eccoci dunque di fronte ad un nuovo (ma già profondamente conosciuto), modo di ascoltare ed interpretare la realtà: il linguaggio dei sensi.

Pensiamo per un momento di chiudere gli occhi e di immergerci completamente in una vasca piena di acqua tiepida; quello che riusciremo a sentire sarà il rumore del nostro cuore, la temperatura dell’acqua più o meno gradevole, il nostro corpo in contatto con il liquido (altra cosa che non ci è affatto sconosciuta, visti i nostri primi nove mesi di vita..), qualche rumore esterno con effetto “rimbombo” poiché filtrato dall’acqua e, non ultima, l’emozione (fastidio, piacere, panico, rilassamento?) che ci crea lo stare in quella condizione.

Quando saremo usciti dalla vasca, dopo aver preso un bel respiro profondo, ci renderemo conto che un’importantissima parte della nostra natura appartiene proprio a quella dimensione: un livello non verbale, in cui la percezione si fonde col pensiero e l’attenzione si concentra su cosa sentiamo fisicamente (piacere, dispiacere, sollievo, insofferenza) e sul bisogno che abbiamo di respirare. Questo è il nostro modo istintivo e primordiale di percepire noi stessi e le cose che ci circondano: abbandonare la testa (e quindi l’illusione del controllo), a favore della pienezza dell’essere in ascolto di ciò che accade. Punto.

Voglio fare un’importante precisazione: la testa, intesa come logica e razionalità, è un’immensa e straordinaria risorsa se connessa con le nostre emozioni! Essa ci permette di strutturare e dare vita alla creatività, al movimento, all’azione, alla realizzazione di un progetto. Il disagio nasce quando intelligenza e pensiero si staccano dalla ricchezza del nostro “corpo emotivo”, rendendoci meccanici, super-difesi, depressi, sofferenti e contorti. E come accade questo? Perché rinunciamo alla nostra profonda ed irripetibile unicità?

La risposta è che in una condizione di dolore, in genere, i sensi si spengono e l’individuo, quando questo dolore persiste, è costretto (per sopravvivere) ad innalzare una difesa che lo protegga dalla situazione spiacevole. Ma, quando questa difesa permane nella sua vita (anche quando la situazione spiacevole è terminata), egli ha sicuramente perso una parte di sé stesso e probabilmente senza accorgersene. Quella che viene messa al riparo dal dispiacere, magari è la sua parte più sensibile e vitale. Questo accade soprattutto quando si è bambini e si ha ben poca scelta per potersi proteggere: è una questione di sopravvivenza, a quell’età; o ci si difende, magari da qualcosa che nemmeno si comprende, o si ha la sensazione di perdere tutto, di morire. Da piccoli abbiamo bisogno di certezze e siamo disposti a tutto pur di mantenerle intatte. Ecco perché l’istinto ci porta a sacrificare una parte di noi pur di salvaguardare il nostro sentirci al sicuro!

Accade sempre che il dolore del bambino sia di natura anzitutto emotiva. Le emozioni nascono e vivono nel corpo. Il bambino si “scollega” dal corpo per non impazzire. L’adulto vive nella testa perché è l’unico modo “buono” che ha conosciuto di stare al mondo.

Nessuno ha colpa di essere ciò che è, nel bene e nel male. Ognuno ha la sua storia, la sua gioia ed il suo dolore. Ma ciò che mi preme sottolineare, in questo nostro primo incontro, è che l’adulto è responsabile dei suoi doveri tanto quanto lo è del suo benessere!

E di questo parleremo ogni mercoledì. Vi invito a fare domande, a riflettere, proporre, dubitare, a sentirvi liberi di esprimervi, e di prendere tutto ciò che ritenete “buono” per voi.

Un Caro Saluto a Tutti

Dott.ssa Emanuela Fasano

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commenti
  1. Maria ha detto:

    Questo articolo mi darà da pensare… da una parte ci sono gli impegni quotidiani che ci schiacciano e non ci permettono di lasciarci andare, di godere delle sensazioni percepite dal nostro corpo anzi, ci impediscono proprio di “percepire”, dall’altra ci fanno comodo anche le molte barriere che nostro malgrado ci siamo costruiti strada facendo…

    Bello e interessantissimo, grazie.

  2. andrea ha detto:

    Complimenti dottoressa Fasano, che siamo convinti di stare bene o che siamo convintio di stare male avremo ragione comunque aspetto con ansia mercoledi per leggere il suo nuovo articolo
    andrea

  3. Per Maria: Hai centrato un altro importante punto, che spero di poter trattare al più presto: i ritmi quotidiani, quasi sempre obbligati e necessari, sono di gran lunga molto più veloci e frenetici dei nostri tempi interiori, sia a livello psichico che fisioligico!
    Il punto è capire quanto, in questa frenesia, non ci si concede di respirare per non “sentire” ciò che si muove dentro di noi. Il confine è sottile. Oltretutto, culturalmente, non siamo stati educati a farlo, ma veniamo spinti verso il “fare”.
    Grazie a Te, Maria, per l’interessantissimo spunto di riflessione riguardante la difficile ma necessaria armonia tra bisogno e realtà circostante.
    Per Andrea: Avremo ragione perchè non abbiamo colpa ma, ribadisco, responsabilità verso noi stessi di trovare un modo possibile per restare in contatto con ciò che si è e con come ci si sente. Sospendendo il giudizio ma semplicemente accettandoci.
    Grazie a te, Andrea.

  4. Claudio Fois ha detto:

    Complimenti dottoressa. Benvenuta a te e alla nuova rubrica da un “collega” di blog! Ciao!
    Claudio Fois

    • Grazie mille Claudio,
      per il benvenuto e per i complimenti!
      I miei, di complimenti, vanno invece a te ed alla tua rubrica a dir poco acuta, veritiera, fortemente drammatica ed ironica al tempo stesso.
      Un bel viaggio, questo nel blog, anche nell’intersecarsi degli argomenti più svariati. Ma in cui tutti possiamo rifletterci.
      Ciao a Te Claudio

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