Numero 02                                                                                                          Giovedì 18 Ottobre 2012

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

– Appunti di scrittura creativa –

2. Da una narrazione non si può uscire puliti

Nel marzo del 2009 stavo tenendo uno dei miei corsi di scrittura in una scuola a Lacedonia (una cittadina dalla cui piazza si vedono Campania, Puglia e Basilicata). Lavorando sul racconto di una ragazza, le ho detto: “da una narrazione non puoi uscire pulita. Devi sporcarti le mani!”. Da quel momento questa frase è diventata per me una specie di mantra, tanto da essere il tema ricorrente della mia postfazione alla raccolta di racconti dei corsisti, Vento nel grano, pubblicato da Mephite Edizioni nel settembre dello stesso anno.
Ma cosa significa esattamente?
Il concetto è tanto semplice da spiegarsi quanto difficile da mettere in pratica: in ogni storia che raccontiamo, dobbiamo metterci in gioco. La storia potrà essere scritta benissimo, con mirabolanti artifici linguistici e figure retoriche pirotecniche; ma se non ha trasmesso emozioni all’autore, difficilmente può trasmetterne a un lettore. Se è stata “troppo facile” da scrivere, è probabile che non sia stato scritto tutto. Ricordate la poesia di Bukowski dello scorso capitolo?
Questo vale ovviamente per la scrittura autobiografica, ma non solo. Possiamo anche raccontare dello sbarco di una puzzola su Giove, purché quella storia dica qualcosa di noi. Che ci siano dentro delle emozioni vere.
Come si fa a sporcarsi le mani con una storia? Prima ancora di scriverla, dobbiamo avere nei suoi confronti quella che viene a volte definita urgenza narrativa. È lo stesso tipo di urgenza di quando dobbiamo a tutti i costi fare qualcosa, e sentiamo che se non lo facciamo, potremmo morire. Con la scrittura è la stessa cosa: la narrativa migliore è quella in cui si sente che, se l’autore non l’avesse scritta, sarebbe scoppiato. Non è questione di tecnica, ma di istinto. Le righe con cui viene scritto un racconto con una forte urgenza narrativa gronderanno sangue. È questo il nostro obiettivo di narratori: sanguinare, ma con stile.
La mia personale opinione è che tutto quello che scriviamo parli di noi. Tornando alla puzzola su Giove: se abbiamo una forte urgenza narrativa di raccontare proprio quella storia, quella storia dirà molto di noi, forse anche più di quanto sia nelle nostre intenzioni. Parlerà delle nostre emozioni, delle nostre paure, dei nostri desideri, rimpianti, rabbia, di tutto quello che avremmo voluto dire ma non abbiamo detto. La scrittura è un mezzo potente.
C’è una differenza sostanziale fra un racconto di narrativa, un aneddoto, un pezzo di saggistica e un articolo di giornale. In un aneddoto non c’è niente dell’autore, oltre la penna. È una storia un po’ curiosa, probabilmente interessante, ma finisce subito. Fare saggistica significa sviscerare una questione in lungo e in largo. Fare giornalismo significa raccontare quello che accade, o la propria opinione riguardo a quello che accade.
Nessuna di queste tre cose è narrativa: raccontare una storia implica un coinvolgimento dell’autore, e quindi del lettore. Chiaramente l’impatto emozionale da solo non basta per fare letteratura: bisogna metterci sopra della tecnica, e dell’arte per mascherare la tecnica. Ma senza emozione non c’è tecnica che tenga, viene a cadere il motivo stesso per cui ha senso scrivere.
Non è semplice, anzi, è la cosa più difficile: ma avendo il coraggio di guardarsi allo specchio e di sporcarsi le mani, si consegnerà al lettore la possibilità di fare altrettanto.
Recentemente mi trovavo a parlare con un mio amico, anche lui autore. Lui sosteneva che una pagina ben scritta basti a sé stessa, anche senza urgenza narrativa e tutto il resto. Gli ho svolto il seguente paragone: “immagina una donna bella, e che ti emoziona con quello che dice, come ti guarda, come si muove nei gesti quotidiani. Poi immagina una donna bellissima, una top model, totalmente priva di qualsivoglia contenuto umano. Quale preferiresti avere a fianco? Di quale ti innamorerai?
Naturalmente è questione di priorità: per qualcuno è prioritaria la tecnica, il cuore viene dopo. E preferiscono compiacersi di quanto sono bravi, piuttosto che mettere in gioco qualcosa di serio. Del resto, c’è anche chi nell’esempio di cui sopra sceglierebbe la top model.
La mia visione è molto diversa, e i miei appunti di scrittura quindi non possono che seguire quello che sento, e quello che significa per me scrivere.
Intanto, il mio amico credo di averlo convinto.
Vi ricordo che sul mio sito personale, www.pierpaolobuzza.it, c’è uno spazio in cui mi potete inviare i vostri racconti: pubblicherò sul sito i migliori. Tutti i diritti rimangono dell’autore.
Vi lascio con la parte scritta delle prime tre tavole di Andrea Pazienza – Gli ultimi giorni di Pompeo. Avere una forte urgenza non significa per forza raccontare tragedie (anzi!), ma questo capolavoro della letteratura e del fumetto esemplifica bene il concetto. Nota storica: Andrea Pazienza muore in circostanze misteriose (probabilmente overdose) nel 1988. Pompeo è del 1987.
Il corriere era arrivato da Milano con la roba: 5 grammi. Pompeo rimase con lui a chiacchierare un po’. Non aveva fretta. Aldo, così si chiamava, stupiva della disponibilità del suo nuovo cliente, un artista pieno di pilla, abituato com’era ad essere licenziato, con una scusa qualsiasi, non appena effettuata la consegna. Ne approfittava alla maniera dei tossici da due e passa al giorno, farneticando, compiacendo e menandola. Clandestinamente, il vuoto intellettuale di Aldo confortava Pompeo nella sua ultima ora di vita, aiutandolo a credere in un mondo, come il pusher, del tutto esaurito.
Il corriere dei piccoli girava per casa farfugliando approvazioni, tutto toccando ed inclinando, forse rubacchiando, finché durante un trasbordo infilò per sbaglio la porta d’ingresso e sparì. Pompeo pensò, allora: “La vita è breve, l’uomo è cacciatore, e saremo per troppo tempo morti”, rimanendo sull’ultimo concetto in forzosa meditazione, per la durata di diverse eco. Da una busta trasse quindi due siringhe sterili da cinque cc. In due cucchiai disciolse tre grammi di polvere bianca e due di brown, abbondando in quest’ultima di limone giacché gli interessava sciogliere il taglio, per un totale di oltre quattro grammi milanesi.
Infilò entrambi gli aghi nella grossa vena del braccio destro, con i gesti alternati di chi svita i bulloni di una ruota, e tirò a sé gli stantuffi provocando l’apparizione di due rosse meduse nelle grosse siringhe. Immaginò di non riuscire a premere fino in fondo i due stantuffi e paventò l’idea d’un sistema di iniezione che ovviasse la sciagura di perdere conoscenza immediatamente dopo i primi due grammi.
Pensò che aveva usato troppa acqua.
Cercò la paura, ma non la trovò.
Le siringhe pendevano trattenute dalla leva degli aghi, come banderillas dalla schiena d’una carcassa, e non smettevano un’aria familiare.
Alla prossima!
P.

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commenti
  1. Michele Nigro ha detto:

    … e aggiungerei che maggiore è stata l’emozione provata dall’autore, più indispensabile sarà il tentativo di “riabitare” la storia per riemozionarsi, dopo il periodo di decantazione, in vista di un necessario auto-editing che non deve essere un auto-editing freddo, tecnico.
    Interessante articolo, grazie.
    Lo “ribloggo” sul mio blog! 🙂

  2. […] almeno un accenno alla scrittura autobiografica. Come dicevo nel nostro secondo appuntamento (https://makkekomiko.wordpress.com/2012/10/18/da-una-narrazione-non-si-puo-uscire-puliti/), sono un fervido sostenitore del fatto che tutto sia autobiografico; anche la storia più lontana […]

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