Archivio per gennaio, 2013

Numero 09                                                                                       Giovedì 24 Gennaio 2013

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

 Logo Pierpaolo Buzza

Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare. L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.
Ricordiamo a tutti che a febbraio verranno attivati i
corsi di scrittura creativa dal vivo tenuti da Pierpaolo a Roma e Anguillara Sabazia! Tutte le info al sito www.pierpaolobuzza.it

– Appunti di scrittura creativa –

9. Show don’t tell
Iniziamo oggi ad affrontare la sezione che riguarda l’uso del linguaggio.

Ci sono sicuramente tante cose da dire su questo argomento, senza contare che molte tecniche dipendono anche dal contenitore in cui vengono messe: uno spettacolo teatrale conterrà un linguaggio diverso da quello con cui sarà scritto un racconto. Come già accennato in precedenza, bisognerebbe conoscere le particolarità del genere che si vuole scrivere.

Tuttavia, esiste qualche costante valida più o meno in ogni occasione. La prima di esse è la pluricitata show don’t tell. In italiano: fai vedere, non dire.
Per esempio: un conto è dire “Elisa era triste”. Diverso è dire “Elisa piangeva”. Ancora diverso è dire “Elisa piangeva con la testa fra le ginocchia, rannicchiata sul pavimento della cucina”.

Nel primo caso non c’è alcuna storia: viene solo nominata un’emozione, che può voler dire tutto e niente. Ma se bastasse nominare un’emozione per farla provare, scrivere sarebbe un gioco da ragazzi.

Nel secondo caso c’è qualcosa di più: l’emozione non viene nominata, ma fatta intravedere. Però l’immagine è ancora troppo vaga affinché dica veramente qualcosa.

Nel terzo caso c’è tutto: non c’è bisogno di nominare la tristezza, perché in una sola immagine è racchiusa tutta la storia che la racconta.
Questo accade perché vale una regola che può sembrare controintuitiva: più il concetto che si è espresso è ampio, meno storia c’è dentro. Più invece il concetto è specifico, preciso, più storia contiene.

Bisogna dunque evitare quella che io definisco la “trappola del concettuale”. Ovvero cadere nella tentazione di nominare le cose, anziché farle vedere.

Chiaramente è molto più difficile descrivere un’emozione, una situazione, piuttosto che nominarla astrattamente. Gran parte dello sforzo autoriale consiste proprio in questo: raccontare storie con ogni immagine.

Uno dei possibili esercizi che si possono fare per allenare questa abilità è scrivere una breve storia che abbia per titolo un’emozione. Ad esempio, “felicità”. Questa storia non può contenere altro che azioni oggettive. Niente aggettivi, niente avverbi, qualità della scrittura ridotta all’essenziale, come se i personaggi della storia fossero dei personaggi di un videogioco, e l’autore potesse muoverli con joystick. In questo modo, si racconterà la felicità in modo molto più efficace rispetto al nominare concetti universali.

Perché quello che ci interessa come narratori non è tanto raccontare la felicità in generale, che è un concetto troppo vago per essere reale; ma la particolare felicità di quella particolare persona, per quel particolare motivo, in quel particolare momento.

Un altro esercizio che allena questa capacità è quello che proponevo qualche settimana fa (https://makkekomiko.wordpress.com/2012/11/29/conoscere-i-personaggi/) per caratterizzare i personaggi, ovvero quello dell’azione caratteristica: questo è il motivo per cui sono migliori tre righe di azione caratteristica, piuttosto che trenta righe di descrizione del carattere.

Ecco uno scambio che, in poche righe, racconta tutto di una relazione senza bisogno di descriverla: è tratto da Giuseppe Pontiggia, “Vite di uomini non illustri”, Oscar Mondadori.
[Ezio] sceglie nell’autunno del 1953 l’università che la zia ha già scelto per lui. Sarà ingegnere meccanico, per dirigere lo stabilimento tipografico e introdurvi quei miglioramenti tecnologici che lo porranno ai primi posti in Italia.

Il 7 aprile 1958 parla a sua madre di una ragazza che ha conosciuto da poco, si chiama Cecilia, gli sembra di conoscerla da sempre. Tradisce un entusiasmo loquace e inequivocabile. Sua madre, quando lui ha finito, alza gli occhi dal giornale:

Forse meriti qualcosa di più, non ti pare?”

Perché, cosa merito?”

Il meglio” risponde lei senza esitare. “Certo dovrei conoscerla, ma da quello che dici non sembra né fisicamente né intellettualmente particolare. O no?”

Aggiunge: “Io la farei conoscere alla zia. Giorgio arriva domenica. Potete passare da loro prima di cena”.
Alla prossima, e vi aspetto a una delle
lezioni dimostrative gratuite dei miei corsi di scrittura creativa che saranno attivati a Febbraio! Tutte le info su www.pierpaolobuzza.itP.

 

Numero 08                                                                                                     Giovedì 10 Gennaio 2013

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

Logo Pierpaolo Buzza

Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

Se manderete i vostri racconti a html://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html manderete i vostri racconti a l, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –

8. Far parlare i personaggi

Una volta capito chi sono i personaggi, bisogna dire qualcosa riguardo a come parlano: ovvero affrontare la spinosa questione dei dialoghi.

Anche qui, non ci sono formule scientifiche per scrivere dei buoni dialoghi, tuttavia ci sono un paio di accortezze che si possono mettere in atto per evitare di scriverne di troppo brutti.

Tanto per cominciare, una buona regola che vale la pena seguire è che i dialoghi non dovrebbero essere veri, ma verosimili. Ad esempio: se si registrasse un dialogo vero e lo si trascrivesse, leggendolo risulterebbe noioso o incomprensibile. Pause, ripetizioni, riferimenti a cose che il lettore non conosce, interruzioni reciproche, e quant’altro: basta leggere le intercettazioni telefoniche, fra le mille che sono uscite ultimamente, per capire che i personaggi nei libri non parlano come parla la gente vera.
Tuttavia, il dialogo deve risultare verosimile; non si dovrebbe notare che in realtà è artefatto. Quindi si tratta di condensare i contenuti (in uno dei nostri prossimi appuntamenti parleremo della “teoria della rasoiata”), di eliminare le titubanze, e di dare al dialogo una forma esteticamente gradevole.

Un altro consiglio utile riguarda le informazioni che vengono date al lettore tramite il dialogo. Se da una parte è vero che le informazioni al lettore in qualche modo ci devono arrivare, dall’altra un dialogo con troppe informazioni, specie se non propriamente verosimile, rischia di essere didascalico fino alla comicità involontaria. L’effetto è il seguente:

“Ciao, oh mia moglie Alessandra! Io, tuo marito Giulio, sono tornato a casa, dopo la mia consueta giornata di lavoro nello studio di architettura!”

“Ma ciao! Sei passato a prendere i nostri figli Alberto e Ludovica, che hanno rispettivamente 8 e 5 anni, a casa del tuo vecchio amico e collega Paolo Rodolfo?”

Consiglio di prestarci attenzione, anche se sembra ovvio.
Un altro suggerimento interessante viene direttamente da Vincenzo Cerami: affinché un dialogo sia veramente affascinante, il lettore dovrebbe essere portato a dare ragione a chi ha appena parlato. Spesso si assiste a dialoghi in cui è evidente chi ha ragione e chi torto. Questo spesso è l’espediente dell’autore per esprimere le proprie idee: per farlo usa il dialogo, facendo passare una posizione come inossidabile e l’altra come ridicola. Di questi dialoghi si potrebbe anche fare a meno, perché sono più vicini a dei comizi che a delle realistiche conversazioni fra esseri umani pensanti.

Le storie in cui si sa subito per chi tifare, in cui A è perfetto e senza macchia, mentre B è brutto sporco e cattivo, sono storie piatte, e un dialogo che rispecchi questo dislivello sarà poco avvincente.

Diverso è il conto se le due opinioni si equivalgono, e ogni volta che qualcuno parla, mette un argomento più forte messo dal suo interlocutore, facendo passare la ragione dalla sua parte. E se il dialogo è lungo, la ragione oscilla così frequentemente fra i due che alla fine finisce per non esserci una ragione, ma solo una storia.

Il fatto che un lettore non sappia da che parte stare è un fattore di spessore per la narrazione: ricordate quanto detto sull’Eroe e l’Ombra? Quando il lettore arriva a chiedersi chi è davvero il buono e chi davvero il cattivo, si sta facendo un buon lavoro. I dialoghi possono essere un ulteriore strumento per dare questo tipo di forza alla storia che si sta raccontando.

Mi viene in mente a tal proposito un dialogo scritto da Philip Roth nel suo Pastorale Americana. A parlare sono un padre di famiglia e una figlia che con un attentato terrorista ha ucciso un innocente, e che si è convertita a uno stile di vita distruttivo che avrebbe condotto alla morte anche lei. Sarebbe evidente da che parte sta la ragione. Invece, leggendo il dialogo, si vede che non è proprio così.
Un ultimo consiglio che posso dare è: ogni personaggio ha la sua voce. Possono essere differenze anche minime, ma avrà il suo specifico modo di parlare. Parlerà per frasi brevi o lunghe? Si esprimerà per metafore? Sarà diretto e brutale, o userà delicati eufemismi? Conoscere i proprio personaggi significa conoscere anche questo. E occhio: nessuna delle voci dei personaggi è uguale alla voce del narratore.
Vi lascio con un dialogo molto bello tratto dal mio film preferito. Avrete il coraggio di guardarlo?

Alla prossima!

P.