Numero 13                                                                                                      Venerdì 22 marzo 2013

A PORTATA DI PENNA

 di Pierpaolo Buzza

 Logo Pierpaolo Buzza

Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

Se manderete i vostri racconti a http://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –
13. Cosa è realmente volgare
Veniamo adesso a un tema che mi sta particolarmente a cuore: quello della volgarità. Mi sta a cuore perché ritengo che sia uno dei concetti peggio interpretati in narrativa.

La mia convinzione a riguardo è che non esista niente che sia volgare di per sé. Come non esiste niente che sia romantico, o poetico, di per sé. Non è affatto detto che la parola “vaffanculo” sia sempre volgare, e l’espressione “ti amo” sia sempre romantica. Tutto dipende dal contesto.

Se è vero che la bellezza sta nell’occhio di chi guarda, allo stesso modo la volgarità sta nella penna di chi scrive. Il discrimine è, secondo me, la gratuità o meno del turpiloquio.

Un “ti amo” di scherno detto mentre un capoufficio dà una pacca sul sedere della sua segretaria, sapendo che lei non può reagire, è estremamente volgare e offensivo. Un “brutto stronzo” detto fra le lacrime abbracciando il fratello che non si vede da 5 anni è commuovente. Non è mai la parola in sé, è sempre il contesto a fare la differenza.
Cerco di spiegarmi attraverso degli esempi, e facciamo finta che il “secondo me” sia sottinteso all’inizio di ogni frase.

Le continue e basse allusioni sessuali dei cinepanettoni sono volgari. I comici che in scena infarciscono tutte le loro frasi con un “cazzo” sono volgari, a meno che non ci sia un motivo narrativo per farlo. A Roma, quando una persona dice spesso quella parola, si dice “Ahò, ma stai sempre con un cazzo in bocca!”. E questa frase che ho appena scritto è enormemente volgare, perché non era necessaria.

Quindi sì, in definitiva è vero che il turpiloquio ha molte probabilità di essere volgare. Ma il centro della questione dell’appuntamento di oggi è che non è sempre così. E, che quando si riescono ad usare immagini orribili e fare di loro poesia, il nostro lavoro di narratori è al suo apice.
Non c’è un metodo scientifico per capire quando le parolacce sono volgari e quando no. Però esistono una serie di indicatori con cui ce ne possiamo rendere conto.

In primo luogo, come dicevo, il valore del contesto. Una narrazione, qualsiasi essa sia, non dovrebbe contenere fuori tono. Ovvero, una inspiegabile caduta di stile all’interno di un linguaggio “alto”, oppure un volo pindarico all’interno di uno stile “basso”.

Il senso di volgarità che proviamo leggendo davanti ad alcune parolacce è dovuto al loro essere fuori tono rispetto al contesto. Ma, mettiamo il caso, si stiano scrivendo i dialoghi di una persona caratterizzata come particolarmente ignorante o volgare: in quel caso, le parolacce non sono fuori contesto. Anzi, sarebbe fuori contesto non usarle.

Questo non vale solo per il linguaggio dei personaggi, ma anche per il linguaggio del narratore: se il nostro stile è crudo, urbano, e riusciamo a tenere questo stile per tutta la narrazione, allora l’uso delle parolacce non viene visto come una gratuita caduta di stile, ma come una naturale conseguenza dello stesso.
Dopodiché, ci saranno persone che non compreranno il nostro libro perché non gli piace il nostro stile, ma pace all’anima loro. Questo vale comunque con qualsiasi stile, l’importante è che ogni narratore sia fedele a sé stesso.
Altro caso è quello in cui il turpiloquio diventa poesia, cioè quando viene usato per sottolineare un particolare stato d’animo: anche la più nobile delle persone vive momenti in cui potrebbe morire dal dolore. Se questo dolore è raccontato con spessore e senza pietismo, si possono mettere degli sfoghi anche di una crudezza inimmaginabile, e saranno le parti più poetiche di tutta la narrazione.

Certo ci vuole coraggio. E bravura, per trovare quello che (come molte altre cose) è un sottile equilibrio.

Un esempio è la poesia di Stefano Benni “Dormi, Liù”, che vi scrivo di seguito.

Altro esempio è nella satira: la satira vera (e si potrebbe stare per ore a discettare su cosa sia la satira vera) utilizza il volgare come mezzo narrativo per arrivare a ben altri fini, rendendolo così di fatto non volgare. Tutto sta nel capire qual è il sottile equilibrio fra la volgarità usata come mezzo narrativo oppure come strumento elementare per prendere una risata facile.
Il consiglio spassionato che mi sento di regalare al mondo è: non evitate il turpiloquio a tutti i costi, non evitate le immagini crude, anche se possono disturbare. Non siete servi, non si dovrebbe scrivere per compiacere nessuno. Siate solo fedeli a voi stessi.

Quindi: se rileggendo vi rendete conto che quella parolaccia o quella immagine non c’entra niente, che l’avete scritta per prendere una risata facile, o solo per scandalizzare, allora toglietela. Se invece pensate che sia una provocazione giustificata dal vostro intento narrativo, allora tenetela. È lì che alla lunga avrete vinto, dovesse anche piacere solo a voi.
Dormi, Liù

(Stefano Benni)
Dorme la corriera

dorme la farfalla

dormono le mucche

nella stalla
il cane nel canile

il bimbo nel bimbile

il fuco nel fucile

e nella notte nera

dorme la pula

dentro la pantera
dormono i rappresentanti

nei motel dell’Esso

dormono negli Hilton

i cantanti di successo

dorme il barbone

dorme il vagone

dorme il contino

nel baldacchino

dorme a Betlemme

Gesù bambino

un po’ di paglia

come cuscino

dorme Pilato

tutto agitato
dorme il bufalo

nella savana

e dorme il verme

nella banana

dorme il rondone

nel campanile

russa la seppia

sul’arenile

dorme il maiale

all’Hotel Nazionale

e sull’amaca

sta la lumaca

addormentata
dorme la mamma

dorme il figlio

dorme la lepre

dorme il coniglio

e sotto i camion

nelle autostazioni

dormono stretti

i copertoni
dormono i monti

dormono i mari

dorme quel porco

di Scandellari

che m’ha rubato

la mia Liù

per cui io solo

porcamadonna

non dormo più.
Alla prossima!

P.

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commenti
  1. Marta ha detto:

    Divertentissima la poesia. Per quanto riguarda la volgarità sono d’accordo con te. Che dire di Ragazzi di vita o Una vita violenta? Volgarità? Ho qualche dubbio su Bukowski che io sento volgare.

    • Makkekomiko ha detto:

      Ciao Marta… Grazie a nome dell’Autore… C’abbiamo messo un pò a rispondere…:-( Scusaci! Buon tutto! (Mago Mancini)

  2. Elvira ha detto:

    Perfettamente d’accordo con te.. e grande Benni!

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