Archivio per maggio, 2013

Numero 16                                                                                                     Lunedì 20 Maggio 2013

A PORTATA DI PENNA

 di Pierpaolo Buzza

Logo Pierpaolo Buzza

 Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

Se manderete i vostri racconti a http://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –
16. Scrivere il comico
Siamo dunque giunti alla fine di questo breve ciclo di appunti di scrittura creativa. Visto che la rubrica che ci ospita è quella del Makkekomiko, non potevamo esimerci dal dire qualcosa anche sulla scrittura comica.

Quello comico è uno dei generi tecnicamente più difficili che ci siano. Che sia un racconto destinato alla pagina, che sia un monologo destinato ad essere recitato ad un pubblico, che sia uno sketch teatrale o anche solo una battuta; il genere comico è impietoso, perché non ammette sfumature. O il meccanismo scatta (si ride), oppure non scatta (non si ride).

È difficile perché, nonostante l’opinione diffusa presso i non addetti ai lavori, la risata scatta per la tecnica, non per il contenuto. Posso scegliere il contenuto più divertente del mondo, e avere un’idea originalissima per una battuta; ma se poi quella battuta non la so scrivere, la battuta non funzionerà.

Non c’è il tempo e lo spazio qui per esaurire ogni sfaccettatura dei meccanismi della comicità scritta; ci sono dei corsi dedicati solo a questo che durano mesi o addirittura anni. Si può tuttavia cercare di capire perché si ride.
Molto genericamente, si può dire che si ride quando c’è uno spiazzamento rispetto a una premessa nota. Quando c’è qualcosa che ci porta fuori dall’ordinario, il nostro cervello va nell’illogico, nel paradosso. Questo può generare disorientamento, quando non apertamente paura. Ad esempio gli sceneggiatori dei film horror sono bravi ad usare l’illogico per togliere certezze e generare terrore. I comici invece usano l’illogico per liberare la tensione con la catarsi della risata.

Per fare questo con maestria bisogna aver studiato un bel po’ e soprattutto aver fatto tonnellate e tonnellate di pratica: davanti a un pubblico, se siete comici da palco; nel vostro studio, se siete comici da pagina scritta.
Una specifica importante a questo punto è che le risate non sono tutte uguali. Ci sono molti tipi di comicità, ma possiamo schematicamente ridurle a due macrocategorie: le risate “di pancia” e le risate “di testa”. Le risate di pancia sono quelle più immediate, che spesso hanno a vedere col fisico (torte in faccia, scivolate su bucce di banana, bisogni fisiologici), o ad esempio con giochi di parole, che, come il turpiloquio, sono l’equivalente verbale delle gag fisiche.

Poi ci sono le risate di testa, ovvero quelle in cui bisogna prima passare dal cervello. Una battuta “che va capita”, un riferimento a qualcosa per cui il cervello deve svolgere una parte attiva. Sono risate meno forti, ma spesso quelle che vengono ricordate di più.

Per cui non importa che tipo di comici siete, l’importante è scoprirlo e valorizzarlo.
Anche perché – e qui veniamo al punto cruciale di questo appuntamento – ci sono molti modi e motivi per cui si può usare l’espediente della comicità in narrativa. Può essere che voi siate dei comici, punto. In questo caso la comicità è il fine. Venite pagati se a fine serata il pubblico ha riso, o se ha comprato il vostro libro di battute.

Ma non è detto che sia sempre così. La comicità può essere usata per sdrammatizzare una scena pesante. Oppure, ancora meglio, per drammatizzarla. Oppure come veicolo per raccontare altro. In questo caso, il comico è il mezzo. Il comico è come lo zucchero. Se ne mettete tanto fate una torta. Se ne mettete poco in un’altra ricetta, avrete un sapore agrodolce, o dolceamaro, che non farà che impreziosire la vostra narrativa. Certo non è semplice, e anche qui è richiesta moltissima pratica, ma sicuramente è uno strumento di grandissima qualità.
Per approfondire la questione, posso suggerire John Vorhaus, Scrivere il comico, edizioni Dino Audino. Oppure Claudio Fois, Ma i comici non se le scrivono da soli?, acquistabile online.
Vi lascio con un pezzo comico fra i migliori che esistano in circolazione, perché alterna risate di pancia, di testa, gag si situazione e one-liner, e tante tecniche in 3 minuti e mezzo in cui tutta questa tecnica non si nota, si nota solo il divertimento.

È il famoso monologo dell’alce di Woody Allen.
E con questo per quest’anno chiudiamo la rubrica! Grazie a tutti per avermi letto, pazientemente, e commentato… l’anno prossimo insieme al Mago Mancini torneremo con nuovi progetti e altra carne al fuoco: quindi se avete idee/commenti/suggerimenti/qualsiasi cosa, fatecela sapere. Saremo contenti di ascoltare tutti i feedback.

Grazie ancora, buona estate, buona lettura e buona scrittura!
P.

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Numero 15                                                                                                      Venerdì 03 Maggio 2013

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

Logo Pierpaolo Buzza

Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

Se manderete i vostri racconti a http://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –
15. Cenni di scrittura autobiografica
In chiusura di questo ciclo di appuntamenti, non poteva mancare almeno un accenno alla scrittura autobiografica. Come dicevo nel nostro secondo appuntamento (https://makkekomiko.wordpress.com/2012/10/18/da-una-narrazione-non-si-puo-uscire-puliti/), sono un fervido sostenitore del fatto che tutto sia autobiografico; anche la storia più lontana dalla nostra esperienza reale parlerà indirettamente di noi, se abbiamo una forte urgenza di raccontarla. È questa mia convinzione a portarmi, fra i vari generi letterari, a prediligere quello autobiografico.
Ma cosa è l’autobiografia? Intanto stabiliamo quello che non è: l’autobiografia non è il racconto dei fatti che ci sono capitati. Per quello, e per una lunga, dettagliata e noiosa descrizione delle nostre sensazioni, c’è il diario.

La scrittura autobiografica, più che essere onesta con la realtà, deve essere onesta con l’autore. Sembra un controsenso, perché intuitivamente la realtà dovrebbe riflettere la personalità, ma non è detto che sia sempre così. Ad esempio, uno dei motti che potete tenere sempre con voi è you can male it happen: puoi farlo succedere. Puoi fare accadere una cosa che avresti tanto desiderato. O modificare qualcosa di reale. Quello che è importante è che, alla fine del pezzo (sia esso un romanzo o un racconto di quattro righe), il lettore abbia un’idea chiara di chi sei in profondità, che gli sembri di conoscerti da sempre.

Raggiungere questo scopo non è affatto semplice: bisogna avere una grande onestà davanti a sé stessi, prima ancora che davanti al lettore. Ricordate il discorso sullo sporcarsi le mani? Per farlo bisogna attingere a quei luoghi di sé in cui si preferirebbe non andare a pescare, ma del resto l’autobiografia non è per tutti. La mia opinione è che per fare arte, qualsiasi tipo di arte, bisogna avere coraggio. Se non lo si ha, tanto vale fare altro.
Come è possibile mettersi a nudo davanti a una pagina bianca? Semplicemente facendo di sé un personaggio principale. Se ricordate quello che dicevamo sui personaggi, sono principali quei personaggi di cui vediamo tutte le sfaccettature, anche le più deteriori, e questa profondità aiuta il personaggio a cambiare. Sicuramente quando facciamo autobiografia noi stessi siamo personaggi principali. Quindi non basta raccontare di episodi a cui abbiamo assistito, bisogna anche che questi episodi ci vedano come protagonisti. Né basta essere i protagonisti, bisogna che alla fine del racconto ci siamo fatti conoscere.

Un suggerimento: se scrivere è stato troppo facile, forse non avete detto tutto quello che potevate. Se è stato troppo difficile, forse non eravate ancora pronti per raccontare quella storia. La narrativa si colloca in quel delicato equilibrio che c’è fra urlare qualcosa perché ti brucia e il raccontarla con freddezza perché è passato troppo tempo.

In ogni caso, come già accennato, le ore passate davanti alla pagina bianca sono lavoro ben speso. La frustrazione fa parte del gioco, ed solo superando crisi successive che si migliora davvero. Per cui niente panico: raccontarsi non è semplice, e bisogna concedersi i tempi giusti e il lusso di sbagliare.

A questo link ho risposto ad alcune domande di Simona Giorgino sull’autobiografia:
http://simonagiorgino.blogspot.it/2013/01/corso-di-scrittura-autobiografica-roma.html
Vi lascio con uno spezzone di un film molto autobiografico (di un autore già molto autobiografico di suo), Aprile di Nanni Moretti.


Alla prossima!

P.