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Numero 15                                                                                                      Venerdì 03 Maggio 2013

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

Logo Pierpaolo Buzza

Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

Se manderete i vostri racconti a http://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –
15. Cenni di scrittura autobiografica
In chiusura di questo ciclo di appuntamenti, non poteva mancare almeno un accenno alla scrittura autobiografica. Come dicevo nel nostro secondo appuntamento (https://makkekomiko.wordpress.com/2012/10/18/da-una-narrazione-non-si-puo-uscire-puliti/), sono un fervido sostenitore del fatto che tutto sia autobiografico; anche la storia più lontana dalla nostra esperienza reale parlerà indirettamente di noi, se abbiamo una forte urgenza di raccontarla. È questa mia convinzione a portarmi, fra i vari generi letterari, a prediligere quello autobiografico.
Ma cosa è l’autobiografia? Intanto stabiliamo quello che non è: l’autobiografia non è il racconto dei fatti che ci sono capitati. Per quello, e per una lunga, dettagliata e noiosa descrizione delle nostre sensazioni, c’è il diario.

La scrittura autobiografica, più che essere onesta con la realtà, deve essere onesta con l’autore. Sembra un controsenso, perché intuitivamente la realtà dovrebbe riflettere la personalità, ma non è detto che sia sempre così. Ad esempio, uno dei motti che potete tenere sempre con voi è you can male it happen: puoi farlo succedere. Puoi fare accadere una cosa che avresti tanto desiderato. O modificare qualcosa di reale. Quello che è importante è che, alla fine del pezzo (sia esso un romanzo o un racconto di quattro righe), il lettore abbia un’idea chiara di chi sei in profondità, che gli sembri di conoscerti da sempre.

Raggiungere questo scopo non è affatto semplice: bisogna avere una grande onestà davanti a sé stessi, prima ancora che davanti al lettore. Ricordate il discorso sullo sporcarsi le mani? Per farlo bisogna attingere a quei luoghi di sé in cui si preferirebbe non andare a pescare, ma del resto l’autobiografia non è per tutti. La mia opinione è che per fare arte, qualsiasi tipo di arte, bisogna avere coraggio. Se non lo si ha, tanto vale fare altro.
Come è possibile mettersi a nudo davanti a una pagina bianca? Semplicemente facendo di sé un personaggio principale. Se ricordate quello che dicevamo sui personaggi, sono principali quei personaggi di cui vediamo tutte le sfaccettature, anche le più deteriori, e questa profondità aiuta il personaggio a cambiare. Sicuramente quando facciamo autobiografia noi stessi siamo personaggi principali. Quindi non basta raccontare di episodi a cui abbiamo assistito, bisogna anche che questi episodi ci vedano come protagonisti. Né basta essere i protagonisti, bisogna che alla fine del racconto ci siamo fatti conoscere.

Un suggerimento: se scrivere è stato troppo facile, forse non avete detto tutto quello che potevate. Se è stato troppo difficile, forse non eravate ancora pronti per raccontare quella storia. La narrativa si colloca in quel delicato equilibrio che c’è fra urlare qualcosa perché ti brucia e il raccontarla con freddezza perché è passato troppo tempo.

In ogni caso, come già accennato, le ore passate davanti alla pagina bianca sono lavoro ben speso. La frustrazione fa parte del gioco, ed solo superando crisi successive che si migliora davvero. Per cui niente panico: raccontarsi non è semplice, e bisogna concedersi i tempi giusti e il lusso di sbagliare.

A questo link ho risposto ad alcune domande di Simona Giorgino sull’autobiografia:
http://simonagiorgino.blogspot.it/2013/01/corso-di-scrittura-autobiografica-roma.html
Vi lascio con uno spezzone di un film molto autobiografico (di un autore già molto autobiografico di suo), Aprile di Nanni Moretti.


Alla prossima!

P.

 

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Numero 14                                                                                                       Venerdì 12 Aprile 2013

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

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Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

Se manderete i vostri racconti a http://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –
14. Rivedere uno scritto
Un concetto importante su cui occorre soffermarci (visto che siamo ormai quasi alla fine del nostro tragitto) riguarda il luogo comune “io scrivo per me”.

Abbiamo già affrontato il discorso di come, quando si scrive, si abbia sempre un interlocutore. Niente impedisce a una persona di aprire un diario e scrivere tutto quello che pensa, ma in quel caso è del tutto inutile far leggere i propri scritti ad altri, o andare alla ricerca di consigli per migliorare la tecnica. Se lo si fa, evidentemente è perché non si scrive più solo per sé. Rimane sottinteso che la scrittura nasce da una profonda esigenza individuale, ma il destinatario è cambiato: si vuole che le proprie parole escano dalla pagina e spicchino il volo. Una volta che questo processo è avvenuto, non si scrive più solo per sé. Né ha senso sottoporre un proprio scritto a un lettore, per poi specificare che “lo si è scritto per sé”. In quel caso, un lettore assennato dovrebbe rispondere “e allora che me ne importa di leggerlo?”, e restituirlo.

In realtà, questa frase viene detta nel 99% delle volte per difendersi dall’insuccesso (critiche, recensioni negative) che, nel caso in cui lo scritto provenga dritto dal cuore, non riguardano più solo il racconto, ma diventano personali.
Questo processo è normale, e ahimé non c’è modo per evitarlo. Ciò che è scritto con passione è parte di noi, e una critica su di esso brucia più del dovuto. Tutto questo fa parte del gioco. Di contro, una recensione positiva ci rivaluta come esseri umani, non solo come scrittori.

Il mio personale consiglio, con la scrittura, è buttarsi a volo d’angelo senza rete. A volte farà male, ma è tutta roba che passa. Quello che rimane, poi, sono i voli.
Posto dunque che quando scriviamo è importante che il lettore venga tenuto in considerazione, vediamo qualche accorgimento per rivedere un racconto, che sia proprio o di qualcun altro. Lavoriamo su tre livelli.
1) Revisione basilare: tutto ciò che ha a che vedere con la forma e l’uso delle parole. Ad esempio: come si presenta un racconto? È importante che, se viene inviato, venga inviato in un allegato word (o qualche altro programma di scrittura), e non nel corpo della mail. Che in questo file ci sia il titolo dell’opera e il nome dell’autore, e che il file contenga entrambe queste informazioni. Se pensate che siano ovvietà, sappiate che per molte persone non lo sono, quindi vale la pena dirle.

Prestate anche attenzione alla forma in cui presentate il vostro racconto: evitate font troppo ricercati (un Times New Roman andrà benissimo) e dimensioni troppo piccole (sotto i 12 punti) o troppo grandi (sopra i 16).

Dopodiché, controllate la grammatica e la sintassi. Molti programmi di scrittura hanno la correzione automatica, non disdegnate di seguire qualche consiglio ogni tanto. Anche tecniche basilari di formattazione: lo spazio dopo la punteggiatura, non prima. Cercate di evitare ripetizioni e rime interne. Fate capire che qualcuno sta parlando tramite le virgolette, curandovi di aprirle all’inizio del dialogo e chiuderle alla fine. Non sottovalutate l’importanza di accortezze come queste che, pur ovvie, spesso non vengono seguite.
2) Revisione avanzata: avete presente tutto quello di cui abbiamo parlato negli ultimi 13 appuntamenti? Ecco. Valutate i punti uno per uno. C’è una trama? I personaggi sono ben disegnati, e consoni al loro ruolo nella storia? Com’è il linguaggio? Ci sono fuori tono? Ci sono rasoiate? I dialoghi sono credibili? Ci sono didascalie? Applicare tutte le tecniche viste fino a oggi ad proprio racconto vi farà rendere conto di quanto margine di miglioramento ci sia in uno scritto, anche uscito bene dalla prima stesura.
3) Revisione “de core”: questa è la meno stilizzata, una di quelle classiche cose che non si possono insegnare ma si possono imparare. Si tratta di leggere un racconto oltre tutti i tecnicismi, ma col cuore. Rendersi conto di quanta urgenza narrativa c’è dentro, e se questa urgenza è stata resa con efficacia. A volte ci sono due righe importantissime in mezzo a pagine di nulla, e bisogna saper riconoscere che c’è qualcosa che sta nascendo, avere il coraggio di buttare il resto e concentrarsi sul vero cuore del racconto. A volte c’è il nulla oltre le righe, e bisogna saperlo notare. A volte bisogna rendersi conto che in questo e quest’altro punto si poteva e si doveva osare di più. Insomma: bisogna sintonizzarsi col racconto su un’altra frequenza che non sia quella del correttore, ma quella dell’essere umano. Ci vuole tempo ed esperienza, ma poi è come risvegliare un istinto.
In conclusione, ricordate due cose importanti:

  • Se fate revisione del testo di un’altra persona, non dovete portarla a scrivere come scrivereste voi, ma piuttosto annullarvi come individui, entrare nella sua testa, capire cosa voleva dire e come voleva dirlo, e aiutarla a dire meglio quella cosa in quel modo.
  • La fatica che si fa nello scrivere è una grossa fatica emotiva. Perché bisogna avere il coraggio di mettere in piazza un pezzo di sé, scontrarsi per giorni (settimane? mesi?) con la pagina bianca, con la sensazione di non farcela a cavarsi d’impaccio in una storia che non si sa come risolvere. Nondimeno, questa fatica emotiva è circa il 20% della fatica totale del lavoro dello scrittore. Il restante 80% è fatto di “lavoro sporco” di revisione, limatura, togliere una cosa da qua e metterla là, poi il giorno dopo rimetterla qua, togliere interi passaggi, riscriverli, poi litigare con la propria storia come si litigherebbe con la propria creatura. Se siete arrivati a questo punto, avete lavorato bene.

Vi lascio con Oscar Wilde, di cui il suo amico Sherard diceva: Richiesto di come avesse passato la giornata, rispondeva con grande serietà: “ho lavorato tutta la mattina su una mia poesia per togliervi una virgola. Nel pomeriggio, poi, ve l’ho rimessa”.

Alla prossima!

P.

Numero 13                                                                                                      Venerdì 22 marzo 2013

A PORTATA DI PENNA

 di Pierpaolo Buzza

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Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

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– Appunti di scrittura creativa –
13. Cosa è realmente volgare
Veniamo adesso a un tema che mi sta particolarmente a cuore: quello della volgarità. Mi sta a cuore perché ritengo che sia uno dei concetti peggio interpretati in narrativa.

La mia convinzione a riguardo è che non esista niente che sia volgare di per sé. Come non esiste niente che sia romantico, o poetico, di per sé. Non è affatto detto che la parola “vaffanculo” sia sempre volgare, e l’espressione “ti amo” sia sempre romantica. Tutto dipende dal contesto.

Se è vero che la bellezza sta nell’occhio di chi guarda, allo stesso modo la volgarità sta nella penna di chi scrive. Il discrimine è, secondo me, la gratuità o meno del turpiloquio.

Un “ti amo” di scherno detto mentre un capoufficio dà una pacca sul sedere della sua segretaria, sapendo che lei non può reagire, è estremamente volgare e offensivo. Un “brutto stronzo” detto fra le lacrime abbracciando il fratello che non si vede da 5 anni è commuovente. Non è mai la parola in sé, è sempre il contesto a fare la differenza.
Cerco di spiegarmi attraverso degli esempi, e facciamo finta che il “secondo me” sia sottinteso all’inizio di ogni frase.

Le continue e basse allusioni sessuali dei cinepanettoni sono volgari. I comici che in scena infarciscono tutte le loro frasi con un “cazzo” sono volgari, a meno che non ci sia un motivo narrativo per farlo. A Roma, quando una persona dice spesso quella parola, si dice “Ahò, ma stai sempre con un cazzo in bocca!”. E questa frase che ho appena scritto è enormemente volgare, perché non era necessaria.

Quindi sì, in definitiva è vero che il turpiloquio ha molte probabilità di essere volgare. Ma il centro della questione dell’appuntamento di oggi è che non è sempre così. E, che quando si riescono ad usare immagini orribili e fare di loro poesia, il nostro lavoro di narratori è al suo apice.
Non c’è un metodo scientifico per capire quando le parolacce sono volgari e quando no. Però esistono una serie di indicatori con cui ce ne possiamo rendere conto.

In primo luogo, come dicevo, il valore del contesto. Una narrazione, qualsiasi essa sia, non dovrebbe contenere fuori tono. Ovvero, una inspiegabile caduta di stile all’interno di un linguaggio “alto”, oppure un volo pindarico all’interno di uno stile “basso”.

Il senso di volgarità che proviamo leggendo davanti ad alcune parolacce è dovuto al loro essere fuori tono rispetto al contesto. Ma, mettiamo il caso, si stiano scrivendo i dialoghi di una persona caratterizzata come particolarmente ignorante o volgare: in quel caso, le parolacce non sono fuori contesto. Anzi, sarebbe fuori contesto non usarle.

Questo non vale solo per il linguaggio dei personaggi, ma anche per il linguaggio del narratore: se il nostro stile è crudo, urbano, e riusciamo a tenere questo stile per tutta la narrazione, allora l’uso delle parolacce non viene visto come una gratuita caduta di stile, ma come una naturale conseguenza dello stesso.
Dopodiché, ci saranno persone che non compreranno il nostro libro perché non gli piace il nostro stile, ma pace all’anima loro. Questo vale comunque con qualsiasi stile, l’importante è che ogni narratore sia fedele a sé stesso.
Altro caso è quello in cui il turpiloquio diventa poesia, cioè quando viene usato per sottolineare un particolare stato d’animo: anche la più nobile delle persone vive momenti in cui potrebbe morire dal dolore. Se questo dolore è raccontato con spessore e senza pietismo, si possono mettere degli sfoghi anche di una crudezza inimmaginabile, e saranno le parti più poetiche di tutta la narrazione.

Certo ci vuole coraggio. E bravura, per trovare quello che (come molte altre cose) è un sottile equilibrio.

Un esempio è la poesia di Stefano Benni “Dormi, Liù”, che vi scrivo di seguito.

Altro esempio è nella satira: la satira vera (e si potrebbe stare per ore a discettare su cosa sia la satira vera) utilizza il volgare come mezzo narrativo per arrivare a ben altri fini, rendendolo così di fatto non volgare. Tutto sta nel capire qual è il sottile equilibrio fra la volgarità usata come mezzo narrativo oppure come strumento elementare per prendere una risata facile.
Il consiglio spassionato che mi sento di regalare al mondo è: non evitate il turpiloquio a tutti i costi, non evitate le immagini crude, anche se possono disturbare. Non siete servi, non si dovrebbe scrivere per compiacere nessuno. Siate solo fedeli a voi stessi.

Quindi: se rileggendo vi rendete conto che quella parolaccia o quella immagine non c’entra niente, che l’avete scritta per prendere una risata facile, o solo per scandalizzare, allora toglietela. Se invece pensate che sia una provocazione giustificata dal vostro intento narrativo, allora tenetela. È lì che alla lunga avrete vinto, dovesse anche piacere solo a voi.
Dormi, Liù

(Stefano Benni)
Dorme la corriera

dorme la farfalla

dormono le mucche

nella stalla
il cane nel canile

il bimbo nel bimbile

il fuco nel fucile

e nella notte nera

dorme la pula

dentro la pantera
dormono i rappresentanti

nei motel dell’Esso

dormono negli Hilton

i cantanti di successo

dorme il barbone

dorme il vagone

dorme il contino

nel baldacchino

dorme a Betlemme

Gesù bambino

un po’ di paglia

come cuscino

dorme Pilato

tutto agitato
dorme il bufalo

nella savana

e dorme il verme

nella banana

dorme il rondone

nel campanile

russa la seppia

sul’arenile

dorme il maiale

all’Hotel Nazionale

e sull’amaca

sta la lumaca

addormentata
dorme la mamma

dorme il figlio

dorme la lepre

dorme il coniglio

e sotto i camion

nelle autostazioni

dormono stretti

i copertoni
dormono i monti

dormono i mari

dorme quel porco

di Scandellari

che m’ha rubato

la mia Liù

per cui io solo

porcamadonna

non dormo più.
Alla prossima!

P.

Numero12                                                                                                       Giovedì 07 marzo 2013

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

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Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare. L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.
Ricordiamo a tutti che da giovedi 7 a domenica 10 marzo Pierpaolo sarà in scena col suo gruppo di improvvisazione, Trama Libera Tutti, al Teatro Trastevere! Potrete vedere alcune di queste tecniche narrative applicate in pratica, in modo improvvisato. Tutte le info su http://tramaliberatutti.blogspot.it/

– Appunti di scrittura creativa –
12. Incipit, aforismi e battute
Nello scorso appuntamento abbiamo visto quella che abbiamo definito la teoria della rasoiata, che si può così riassumere:

un concetto espresso con 20 parole ha una certa forza.

Lo stesso concetto espresso con 10, ne ha molta di più.

Lo stesso concetto espresso con 5 parole è l’aforisma che resta nella storia.

Tante meno saranno le parole che usiamo per dire qualcosa, tanto più la lama del rasoio sarà affilata, e quello che vogliamo dire uscirà dalla pagina.
Ci sono momenti in cui la narrazione può essere un accompagnamento, altri momenti in cui può essere una descrizione, altri in cui può essere una rasoiata. L’importante è saper riconoscere questi momenti e conoscere le tecniche per realizzare l’effetto che si cerca. Di solito la narrativa come accompagnamento è abbastanza istintiva, mentre per mettere in pratica la teoria della rasoiata ci vuole un po’ di pratica in più. Perché, nonostante uno dei motti per chi scrive è che la migliore amica di uno scrittore sia la sua gomma da cancellare, questo lavoro di taglio non è sempre facile.
Uno dei momenti in cui potrebbe essere utile applicare la teoria della rasoiata è l’incipit. È ad esso che deleghiamo il compito di catturare il lettore e trascinarlo nella nostra storia, per cui dovrebbe essere qualcosa di forte e immediato. Basti pensare all’incipit di Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici sono simili; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Oppure all’incipit del Manifesto del Partito Comunista: “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo”. Sono frasi molto efficaci, che attirano subito il lettore nel mondo della storia che si sta per raccontare.

Ovviamente questo non è l’unico modo di scrivere un incipit, ce ne sono altri ugualmente validi; però è UN modo di sicura presa.
Un esercizio che si può fare per affinare la tecnica è la scrittura di aforismi. Prendete un pensiero che avete sulla vita, e scrivetelo nel dettaglio. Poi domandatevi: si può togliere qualcosa? E riscrivetelo. Poi rifatevi la stessa domanda. E così via, fino a creare un aforisma di una, due, massimo tre frasi. È possibile che la versione definitiva sia solo una lontana parente della prima stesura: che contenga tutte le stesse cose, ma con una forma completamente diversa. Fare questo esercizio una volta al giorno si rivelerà di un’utilità sorprendente quando andate a scrivere.

Prima parlavo di incipit: quando l’incipit di una storia riesce ad essere una sorta di aforisma che in qualche modo tiene dentro di sé il cuore della storia, è un colpo da 100 punti.

Vale lo stesso discorso se scrivete battute umoristiche. In una battuta, la brevità è tutto. È questo il motivo per cui una battuta viene riscritta 100 volte prima che sia buona.

Vi lascio proprio con il link al un sito di satira collettiva, che ho contribuito a fondare, Acido Lattico: ogni giorno escono con battute sull’attualità. Notate quanto la posizione di ogni parola sia studiata, e non ci sia nessuna parola di troppo. Se ci fosse, si perderebbe l’effetto comico.

http://www.acidolattico.org/
Alla prossima!

P.

Numero 11                                                                                                      Giovedì 21 febbraio 2013

A PORTATA DI PENNA

 di Pierpaolo Buzza

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Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare. L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.
Ricordiamo a tutti che a febbraio verranno attivati i corsi di scrittura creativa dal vivo tenuti da Pierpaolo ad Anguillara Sabazia! Tutte le info alla pagina http://www.pierpaolobuzza.it/news-23_scrivere-di-s%C3%89—laboratorio-di-scrittura-autobiografica-ad-anguillara-sabazia!.html

– Appunti di scrittura creativa –
11. Prime osterie e rasoiate
Andiamo oggi a vedere alcuni accorgimenti nell’uso del linguaggio che possono aiutare la vostra storia ad acquistare varietà e spessore. Tirando fuori la mia parte holdeniana, posso ricorrere alla metafora della narrazione come viaggio. È un viaggio duro e per molti versi impervio, e non si dovrebbe cadere nella tentazione di rifugiarsi in quella che mi hanno insegnato a definire “la prima osteria”.

Per “prima osteria” si intende tutto ciò che è scontato, e che nella maggior parte dei casi è la prima idea che ci viene in mente. È probabile che la prima idea che ci viene in mente non sia davvero la nostra, ma quella a cui accediamo attingendo all’immaginario collettivo, ovvero andando a bere nella prima osteria. A volte la tentazione è forte.
Scrivendo, vi capiterà sicuramente di bloccarvi. Di trovarvi davanti alla vostra pagina, fermi, con la sensazione di esservi cacciati in un vicolo cieco e di non sapere come uscirne. Questo tipo di problemi possono riguardare qualsiasi livello di profondità della vostra storia: dal semplice non riuscire a trovare la parola giusta per risolvere una frase, a problemi esistenziali sulla struttura stessa della storia, perché comunque girate i numeri non vi torneranno i conti.

Tutto questo è normale e anzi, se arrivate a questo punto, vuol dire che state lavorando bene. Se si scrive senza neanche un po’ di frustrazione, forse non si sta mettendo in gioco tutto quello che si potrebbe.

Ecco: in questi momenti evitare di scrivere quello che è più facile. Anche in questa, come in tante altre questioni, si tratta di trovare un delicato equilibrio fra ciò che ci detta il cuore (e che quindi sembra ovvio a noi, perché certe cose per noi non potrebbero scriversi altro che così), e il luogo comune.

Come si fa a riconoscere il luogo comune? In realtà basta un po’ di autoanalisi. Se, rileggendo il proprio pezzo, si ha la sensazione del tipo “ma io questa cosa l’ho già letta”, o comunque una sensazione di già visto, è probabile che a scrivere non siate stati veramente voi, ma l’immaginario collettivo al quale avete attinto. Trovare la propria voce è difficile, richiede sforzo e pazienza, ma non se ne può prescindere. Dunque: siamo sicuri che una cosa nera sia sempre e solo nera “come il carbone”? Che tale personaggio sarà “assalito da emozioni contrastanti”? Che i colpi di scena avvengano sempre e solo per caso? E così via.

Per cui il mio consiglio è: piuttosto perdete molto più tempo su una storia, ma fate che quando è finita, sia davvero vostra.
La seconda questione di cui vorrei parlarvi, e di cui vedremo alcune applicazioni pratiche nel prossimo appuntamento, è quella che definisco la “teoria della rasoiata”.

In una narrazione ci possono essere momenti descrittivi, corali, in cui la scrittura rappresenta un accompagnamento alla storia, e altri momenti in cui qualcosa deve passare in modo più efficace possibile, quasi uscire dal foglio e colpire il lettore come una rasoiata.

È l’autore a decidere quando usare una tecnica e quando usare l’altra: basta sapere come si fa. Mentre la prima operazione è piuttosto istintiva, la seconda richiede studio ed esercizio. La teoria è questa: l’efficacia di un concetto è inversamente proporzionale alla quantità di parole con cui viene espresso.

Meno parole mettiamo, più la lama del nostro rasoio è affilata.

Qualche tempo fa lavoravo come autore radiofonico, e dovevo scrivere su una lunghezza rigidissima: 8 blocchi di testo, scritti in Tnr corpo 14, con margini prestabiliti. Le prime volte che scrivevo, andavo molto più lungo e imprecavo contro gli strettissimi tempi radiofonici. Poi, andando avanti nel lavoro e limando i miei testi per farli stare nei parametri, mi accorgevo di una cosa sorprendente: togliendo parole superflue, riarrangiando le frasi per avere lo stesso senso ma in tre righe di meno, i testi miglioravano.
Vi lascio con una canzone di Paolo Conte, ottimo esempio di quanto pur nella semplicità possa essere ricercata un’immagine, e di quanto con poche frasi si riesca a costruire una storia intera.

Alla prossima!

P.

Numero 10                                                                                                     Sabato 09 Febbraio 2013

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

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Ricordiamo a tutti che a febbraio verranno attivati i corsi di scrittura creativa dal vivo tenuti da Pierpaolo a Roma e Anguillara Sabazia! Tutte le info al sito http://www.pierpaolobuzza.it

– Appunti di scrittura creativa –
10. Giudizi e morali
Quando si scrive, è impossibile rimanere asettici davanti alla propria storia. C’è sempre un coinvolgimento emotivo, che necessariamente si porta dietro un coinvolgimento morale, il che è giusto e perfino auspicabile.

Però entrambi questi coinvolgimenti vanno trattati coi guanti, perché se prendono il sopravvento quello che in realtà si leggerà del vostro scritto non è una storia, ma un comizio, o nella migliore delle ipotesi uno sfogo. In entrambi questi casi, va a farsi benedire l’interlocutore e con lui tutto l’intento narrativo, e quello che abbiamo scritto torna ad essere un solipsismo.

Il coinvolgimento non va affatto soppresso, va anzi incentivato a ogni livello; solo, non dovrebbe essere reso esplicito.

Ricordate quanto dicevamo nel nostro settimo appuntamento (https://makkekomiko.wordpress.com/2012/12/27/personaggi-secondari-e-tecniche-dacqua-dolce/) a proposito di “il racconto è come una papera”? Guardando una papera in un lago, la si vede scorrere senza fatica sullo specchio d’acqua. È un’immagine aggraziata. Sotto il pelo dell’acqua, però, le zampe si danno un gran da fare per portare la papera dove vuole, ma uno spettatore non le vede, vede solo il risultato finale.

Nel nostro caso, le due zampe della papera che non si dovrebbero vedere sono il coinvolgimento personale nella storia e gli espedienti letterari che utilizziamo per “farla funzionare”. Senza questi due elementi la storia non va avanti, tuttavia un lettore non li deve notare, deve solo vedere la storia scivolare con grazia e naturalezza.
Uno dei modi in cui possiamo evitare che il nostro racconto diventi una requisitoria o un’arringa può riassumersi in un semplice consiglio: limitati a raccontare la storia.

Io-lettore non sono interessato a sapere la tua opinione su un fatto. Io voglio sapere la storia, dopodiché mi farò un’opinione mia. È del tutto evidente che se siamo noi a raccontare la storia, le cose verranno presentate in un modo tale da rendere sensato il nostro punto di vista, ma questo punto di vista non andrebbe spiattellato con giudizi espliciti. Si tratta di padroneggiare un’arte sottile, ovvero quella di trovare un equilibrio fra il rimanere obbiettivi davanti alla propria storia (il che è impossibile, se è scritta bene) e il rendere esplicito il proprio punto di vista.

Quindi andrebbero evitate frasi tipo: “Quindi Tizio fece una cosa bruttissima: rubò la pensione a una vecchietta”, oppure “Così Federica andò su tutte le furie, il che dimostra che le donne sono troppo umorali”, eccetera.

Limitati a raccontare la storia. Se tu mi racconti che Tizio ha rubato la pensione a una vecchietta, sarò io da solo a pensare che è una brutta azione, ma non avrò la sensazione che l’autore mi vuole convincere di una tesi. Limitati a raccontare la storia. Dimmi cosa è successo a Federica, poi sarò io da una prospettiva maschile a pensare “certo che le donne sono proprio umorali”. Il che è una posizione perfettamente valida, come è valida la posizione di una donna che leggendo la stessa storia trae una morale diversa, cioè che gli uomini sono inaffidabili. Come è valida la posizione di un lettore che possa pensare che Tizio abbia fatto bene a rubare la pensione a una vecchietta.

Quello che è importante è raccontare la storia, e lasciare la libertà a ognuno di imparare da quella storia ciò che vuole.

Nessuna posizione è aprioristicamente migliore di un’altra. Noi siamo narratori, non politici, non castigatori dei costumi. Il nostro lavoro non è quello di giudicare, ma di raccontare.
Ad esempio, David Sedaris ha un modo eccellente di far passare i suoi giudizi senza dichiararli esplicitamente: attribuisce ai suoi personaggi delle azioni, dei dialoghi, che rendono inequivocabile il suo punto di vista, ed essendo lui un abile narratore si tende a parteggiare per lui. E – cosa importante per uno scrittore di genere autobiografico – non attribuisce mai caratteristiche negative ad altri personaggi senza attribuirne anche a sé stesso. È il discorso della tridimensionalità dei personaggi e dello sporcarsi le mani che vedevamo negli appuntamenti passati. Il narratore può giudicare male chi vuole, ma se non ci si mette in mezzo anche lui, è meno credibile e ispira diffidenza.
Vi lascio con un passo di Primo Levi, da Il sistema periodico, il racconto Fosforo. È un ottimo esempio di come si possano dare giudizi su un’intera popolazione e sulle sue idee, pur senza dirlo.

In questo momento, l’autore è a colloquio con un tale che gli sta offrendo un lavoro in un laboratorio chimico. Levi è ebreo quindi assumerlo sarebbe stato un rischio, ma il dottor Martini è svizzero. Nonostante tutto, rimane della distanza non codificata, perché nell’epoca delle leggi razziali gli ebrei erano separati dagli altri da crescente diffidenza.
Sapevo qualcosa del diabete? Poco, risposi, ma mio nonno era morto diabetico, ed anche da parte paterna diversi miei zii, leggendari divoratori di pasta asciutta, in vecchiaia avevano mostrato sintomi del male. All’udire questo, il Commendatore si fece più attento, e i suoi occhi più piccoli: compresi più tardi che, essendo ereditaria la tendenza al diabete, non gli sarebbe spiaciuto avere a disposizione un diabetico autentico, di razza sostanzialmente umana, su cui collaudare certe sue idee e preparati.
Alla prossima!
P.

Numero 08                                                                                                     Giovedì 10 Gennaio 2013

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

Logo Pierpaolo Buzza

Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

Se manderete i vostri racconti a html://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html manderete i vostri racconti a l, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –

8. Far parlare i personaggi

Una volta capito chi sono i personaggi, bisogna dire qualcosa riguardo a come parlano: ovvero affrontare la spinosa questione dei dialoghi.

Anche qui, non ci sono formule scientifiche per scrivere dei buoni dialoghi, tuttavia ci sono un paio di accortezze che si possono mettere in atto per evitare di scriverne di troppo brutti.

Tanto per cominciare, una buona regola che vale la pena seguire è che i dialoghi non dovrebbero essere veri, ma verosimili. Ad esempio: se si registrasse un dialogo vero e lo si trascrivesse, leggendolo risulterebbe noioso o incomprensibile. Pause, ripetizioni, riferimenti a cose che il lettore non conosce, interruzioni reciproche, e quant’altro: basta leggere le intercettazioni telefoniche, fra le mille che sono uscite ultimamente, per capire che i personaggi nei libri non parlano come parla la gente vera.
Tuttavia, il dialogo deve risultare verosimile; non si dovrebbe notare che in realtà è artefatto. Quindi si tratta di condensare i contenuti (in uno dei nostri prossimi appuntamenti parleremo della “teoria della rasoiata”), di eliminare le titubanze, e di dare al dialogo una forma esteticamente gradevole.

Un altro consiglio utile riguarda le informazioni che vengono date al lettore tramite il dialogo. Se da una parte è vero che le informazioni al lettore in qualche modo ci devono arrivare, dall’altra un dialogo con troppe informazioni, specie se non propriamente verosimile, rischia di essere didascalico fino alla comicità involontaria. L’effetto è il seguente:

“Ciao, oh mia moglie Alessandra! Io, tuo marito Giulio, sono tornato a casa, dopo la mia consueta giornata di lavoro nello studio di architettura!”

“Ma ciao! Sei passato a prendere i nostri figli Alberto e Ludovica, che hanno rispettivamente 8 e 5 anni, a casa del tuo vecchio amico e collega Paolo Rodolfo?”

Consiglio di prestarci attenzione, anche se sembra ovvio.
Un altro suggerimento interessante viene direttamente da Vincenzo Cerami: affinché un dialogo sia veramente affascinante, il lettore dovrebbe essere portato a dare ragione a chi ha appena parlato. Spesso si assiste a dialoghi in cui è evidente chi ha ragione e chi torto. Questo spesso è l’espediente dell’autore per esprimere le proprie idee: per farlo usa il dialogo, facendo passare una posizione come inossidabile e l’altra come ridicola. Di questi dialoghi si potrebbe anche fare a meno, perché sono più vicini a dei comizi che a delle realistiche conversazioni fra esseri umani pensanti.

Le storie in cui si sa subito per chi tifare, in cui A è perfetto e senza macchia, mentre B è brutto sporco e cattivo, sono storie piatte, e un dialogo che rispecchi questo dislivello sarà poco avvincente.

Diverso è il conto se le due opinioni si equivalgono, e ogni volta che qualcuno parla, mette un argomento più forte messo dal suo interlocutore, facendo passare la ragione dalla sua parte. E se il dialogo è lungo, la ragione oscilla così frequentemente fra i due che alla fine finisce per non esserci una ragione, ma solo una storia.

Il fatto che un lettore non sappia da che parte stare è un fattore di spessore per la narrazione: ricordate quanto detto sull’Eroe e l’Ombra? Quando il lettore arriva a chiedersi chi è davvero il buono e chi davvero il cattivo, si sta facendo un buon lavoro. I dialoghi possono essere un ulteriore strumento per dare questo tipo di forza alla storia che si sta raccontando.

Mi viene in mente a tal proposito un dialogo scritto da Philip Roth nel suo Pastorale Americana. A parlare sono un padre di famiglia e una figlia che con un attentato terrorista ha ucciso un innocente, e che si è convertita a uno stile di vita distruttivo che avrebbe condotto alla morte anche lei. Sarebbe evidente da che parte sta la ragione. Invece, leggendo il dialogo, si vede che non è proprio così.
Un ultimo consiglio che posso dare è: ogni personaggio ha la sua voce. Possono essere differenze anche minime, ma avrà il suo specifico modo di parlare. Parlerà per frasi brevi o lunghe? Si esprimerà per metafore? Sarà diretto e brutale, o userà delicati eufemismi? Conoscere i proprio personaggi significa conoscere anche questo. E occhio: nessuna delle voci dei personaggi è uguale alla voce del narratore.
Vi lascio con un dialogo molto bello tratto dal mio film preferito. Avrete il coraggio di guardarlo?

Alla prossima!

P.