Archivio per la categoria ‘“MA LA MENTE MENTE?” della Dottoressa Emanuela Fasano’

Numero 19                                                                                                          Mercoledì 15 Febbraio  2011

MA LA MENTE, MENTE?

Rubrica di psicologia con l’obiettivo di fornire spunti per riflettere sulle possibilità negate di ritrovare l’energia insita nella spontaneità e nella naturalezza di ogni essere umano, e stimolare riflessioni e curiosità sul rapporto che l’individuo ha con la propria mente e il proprio corpo.

L’AMBIVALENZA

Carissimi lettori e lettrici,

quest’oggi parleremo di un sentimento “tabù” particolarmente controverso: l’ambivalenza.

In realtà è riduttivo definire l’ambivalenza come “un” sentimento, poiché questa è proprio l’unione di due sentimenti che, in conflitto tra loro, si esprimono assieme!

Ambivalente è una persona che prova ed esprime due sentimenti contemporaneamente e questo avviene, molto spesso, attraverso il linguaggio non verbale (di cui già abbiamo parlato negli articooli precedenti). Il fatto che essa venga “allo scoperto” non dichiaratamente, ma tramite espressioni, atteggiamenti, movimenti più o meno sottili, avviene perchè in questa opposizione tra sentimenti non c’è spazio per l’elaborazione (magari perchè riguarda sentimenti inammissibili) e, in generale, dove non c’è elaborazione l’energia di un sentimento o di una emozione viene fuori (si scarica, viene espressa) tramite l’azione.

Ad esempio, una madre che ama totalmente il figlio, può provare per lui anche rifiuto a causa della fatica e dell’impegno che l’accudimento del figlio, in quel periodo, le richiede. Per questa madre (non sempre e non per tutte), può risultare difficile ammettere a sé stessa il sentimento di rifiuto verso l’amato figlio. E questo per moltissimi motivi che non staremo qui ad elencare né a giudicare. Fatto resta, che anche solo nello sguardo e nelle modalità di acudimento del figlio, la mamma esprimerà (inevitabilmente) questo doppio sentimento. Questo esempio, può essere riportato a qualunque situazione relazionale e, pensandoci un po’, credo che tutti ne abbiamo fatto esperienza in varie misure.

Ora la questione è: perchè il conflitto a volte ci risulta inammissibile? Perchè non possiamo esprimerlo a nessuno e nemmeno a noi stessi?

Entrare in contatto con un conflitto, vuol dire dover “uscire allo scoperto”. E questo non è sempre possibile. Ma è sempre possibile poter dosare il modo in cui lo si tira fuori. Già il poter ammettere con sé stessi che una data persona o situazione creano sentimenti opposti tra loro, è un passo enorme verso il superamento del conflitto stesso. La possibilità di integrare amore e odio, gioia e dolore, è un movimento che ci porta ad accettare la vita nella sua drammatica e bellissima contraddittorietà.

L’ambivelenza gioca il suo ruolo proprio nell’impossibilità di accettare che in noi possano convivere sentimenti opposti. Come se dovessimo sempre scegliere una strada piuttosto che un’altra, senza darci nemmeno il tempo di sentire quali sensazioni questa strada genera in noi.

Gli opposti possono essere integrati accettando il fatto che essi sono parte della nostra natura. Una natura, quella umana, fatta di fasi discontinue e sorprendenti, di oscillazioni inaspettate ma proprio per questo dolorose, gioiose ed arricchenti.

Siamo movimento, e quando pretendiamo troppa coerenza e continuità vuol dire che ci stiamo fermando. Vuol dire che stiamo dando “ragione” alle nostre paure. Insegnamo alle nostre paure che è quando stiamo troppo “fermi” che dobbiamo avere paura e che il movimento e la contraddizione sono parte della nostra apertura al cambiamento.

Dunque l’ambivalenza è forse anche frutto di una non accettazione (perchè forse è davvero doloroso accettarlo..) delle nostre contraddizioni interne.

Il mio invito, è quello di dare più credito a sé stessi senza giudicarsi troppo severamente.

Buona settimana a Tutti Voi

Dott.ssa Emanuela Fasano

 

 

 

Numero 18                                                                                                          Mercoledì 9 Febbraio  2011

MA LA MENTE, MENTE?

Rubrica di psicologia con l’obiettivo di fornire spunti per riflettere sulle possibilità negate di ritrovare l’energia insita nella spontaneità e nella naturalezza di ogni essere umano, e stimolare riflessioni e curiosità sul rapporto che l’individuo ha con la propria mente e il proprio corpo.

LA SPIRITUALITA’

Carissimi lettori e lettrici,

oggi parlerò di un argomento che riguarda una delle inclinazioni più antiche (e tutt’ora sopravvisute) dell’uomo: la spiritualità. Parlo di inclinazione perchè essa, nel tempo, si è manifestata in una tale molteplicità di forme, individuali e collettive, da non poter essere facilmente “definità”, ma sicuramente individuata come un processo a cui l’uomo tende da sempre.

Partendo da un concetto bioenergetico, A. Lowen parla di “spiritualità del corpo” ed associa il processo spirituale dell’uomo al corpo (spiritualità incarnata) ed alla psiche. L’autore dice che tale processo ha radici tanto nel corpo fisico quanto nelle facoltà di pensiero “superiori” e che l’incontro tra queste due dimensioni, avviene lì dove ci si può “abbandonare” al flusso della vita intesa come vitalità, piacere e connessione con l’esterno. In poche, semplici parole la bioenergetica relega la sfera spirituale all’integrazione corpo-mente-emozione.

Nel corso dei secoli, la spiritualità è sempre stata la tensione verso qualcosa che l’uomo riconosce dentro di sé e fuori di sé, difficile da circoscrivere ad un solo oggetto, luogo o entità. E’ il sentirsi parte di “qualcosa di più grande di noi”, pur sentendo dentro di noi una parte di quel “qulacosa”.

Ora, non starò qui a soffermarmi sulla storia delle religioni o delle credenze umane. Mi preme piuttosto di parlare, in linea generale, della vocazione umana alla spiritualità.

La fede nasce dalla sensazione che qualcosa che si ha dentro appartenga ad una entità esterna e si sviluppa quindi sul bisogno di ricongiungersi o comunque di connettersi a quest’ultima.

Da qualunque punto di vista vogliamo pensarla, possiamo rintracciare nel processo spirituale un elemento innegabile che è quello dell’appartenenza ad un sistema di cui l’individuo fa parte e che si “muove” anche al di fuori della sua volontà. E’ quindi l’appartenenza ad un sistema che difficilmente da soli possiamo dirigere o controllare, ma che ci riguarda nella misura in cui nasciamo già immersi in tale sistema.

La crisi spirituale dei nostri giorni, è sintomo di una grande sfiducia in tale sistema. Il bambino ha fede poiché ancora privo delle sovrastrutture dell’adulto. L’adulto, dal canto suo, può restare “intrappolato” nell’aspetto pratico della vita, a dispetto di quello spirituale, sentendosi terribilmente isolato.

Tra le funzioni positive della spiritualità, v’è anche quella di far sentire l’individuo meno solo poiché parte sempre e comunque di qualcosa. Sentirsi connessi ad un’energia, un’entità etc.. più grande di noi, ci fa sentire che il nostro movimento interiore è connesso ad un movimento esteriore che dunque diviene la nostra realtà.

La perdita della spiritualità implica, in tal senso, un sentimento di isolamento e di autodeterminazione che, molto spesso, può diventare molto pesante e responsabilizzante; se penso che determino la mia vita al cento per cento, me ne sentirò schiacciata. Se invece penso che a determinare la mia vita, ci sia io (con tutta la mia volontà, i miei progetti, la mia determinazione etc…) assieme agli avvenimenti esterni, mi predispongo ad accettare anche che le cose possano non andare esattamente come le ho pensate, senza per questo farmene una colpa e sentendomene interamente responsabile. Ovviamente la spiritualità non è “pensiero magico”, ma connessione. Connessione tra moti interiori ed estriori, tra bisogni individuali e collettivi, è connessione tra ciò che sappiamo e ciò che non conosciamo: in tal senso, è anche apertura all’ignoto, a ciò che non conosciamo ma che sentiamo ci può arricchire. Aprirci allo “sconosciuto” sentendo che qualcosa ci accomuna ad esso, è un passo importante verso la nostra apertura. Non temiamo ciò che non conosciamo, ma diamoci la possibilità di esplorarlo nella misura in cui questo ci è possibile, per arricchire il nostro bagaglio interiore.

Vi auguro una splendida settimana

Dott.ssa Emanuela Fasano

 

Numero 17                                                                                                           Mercoledì 2 Febbraio  2011

MA LA MENTE, MENTE?

Rubrica di psicologia con l’obiettivo di fornire spunti per riflettere sulle possibilità negate di ritrovare l’energia insita nella spontaneità e nella naturalezza di ogni essere umano, e stimolare riflessioni e curiosità sul rapporto che l’individuo ha con la propria mente e il proprio corpo.

L’INTUIZIONE

Carissimi lettori e lettrici,

in questo diciassettesimo appuntamento ho deciso di trattare una “dote” umana di cui si parla davvero poco: l’intuizione. Possiamo definire l’intuizione come un movimento interno che, al di là del ragionamento logico e cosciente, genera in noi una consapevolezza.

Molto spesso questo meraviglioso meccanismo (l’intuito) viene lasciato in disparte, come se ciò che realizziamo dentro di noi dovesse sempre avere delle basi logiche che ci permettono di comprendere in termini di causa-effetto gli avvenimenti interni ed esterni.

L’intuizione nasce da una serie di percezioni e raccoglie informazioni con una modalità completamente differente da quella “mentale”: siamo di fronte ad un meccanismo che si muove sui binari della sensibilità (insita in ognuno di noi) e che su questi binari raccoglie informazioni in un modo in cui la nostra mente non è abituata a fare! Il livello mentale e quello intuitivo non si escludono l’uno con l’altra, ma sicuramente ci appartengono entrambi. E’ che siamo, anche culturalmente, abituati ad usarne soltanto uno (quello logico-mentale) e a dare credito solo a quello. Per spiegare meglio la differenza tra i due livelli, basti pensare che in ogni momento della nostra vita siamo sottoposti a centinaia, migliaia di stimoli e che, ai fini della concentrazione (e non solo), il nostro corpo opera una selezione degli stimoli riducendoli numericamente. Seleziona il numero di stimoli cui possiamo prestare attenzione. E quelli che escludiamo, che fine fanno? In che modo ci “influenzano”? Il livello sensoriale e percettivo, è ben più aperto e capiente di quello attentivo (dell’attenzione), e registra molti più movimenti e stimoli di esso. Solo che questi ultimi non verranno registrati in una memoria cosciente ma andranno a costituire una memoria corporea.

Portiamo con noi e recepiamo una enorme quantità di informazioni (sin dall’inizio della nostra vita) che creano una sorta di “seconda mente” la quale è in grado di metterle assieme e di fornirle chiaramente alla coscienza sotto forma di quel processo che è l’intuizione. La difficoltà a dare credito a ciò che intuiamo, è anche conseguente alla pretesa che quello in cui crediamo debba essere una verità assoluta. E invece, è semplicemente la nostra verità. L’intuito è intriso di elementi della nostra personale storia, oltre che di elementi comuni alla storia dell’umanità..e a volte, dobbiamo anche fidarci un po’ più di noi stessi e permetterci di “indagare” anche ciò che sentiamo e che non sappiamo ancora spiegarci.

L’intuizione è connessa anche con la risonanaza. Noi “risuoniamo” (cioè entriamo in risonanza) con sensazioni che sono presenti dentro di noi. Ad esempio, se abbiamo avuto di recente un cambiamento positivo, risuoneremo molto di più con il cambiamento positivo delle persone che ci circondano. In poche parole, “sentiamo”e partecipiamo profondamente (più o meno coscientemente) avvenimenti esterni che sono stati parte della nostra storia. Ma di questo, parleremo più approfonditamente in un altro articolo.

L’intuizione può esprimersi a vari livelli e con vari “linguaggi”, come quello onirico oppure sotto forma di immagine mentale e in numerosi altri modi. Questo dipende da moltissimi fattori, tra cui quanto siamo “allenati” ad accogliere ciò che proviene dal nostro mondo interiore. Non dobbiamo sforzarci di seguire solo la logica razionale e culturale o soltanto le nostre intuizioni. Siamo forniti di entrambi ed abbiamo un grandissimo vantaggio: poter connettere queste due capacità. L’una senza l’altra ci fa vivere senza una parte importante del nostro modo di essere! Diamoci più “credibilità”, con la certezza che possiamo sempre fidarci di noi, anche nella possibilità di sbagliare…

Vi auguro una settimana ricca di intuizioni!

Dott.ssa Emanuela Fasano

 

Numero 16                                                                                                          Mercoledì 26 Gennaio  2011

MA LA MENTE, MENTE?

Rubrica di psicologia con l’obiettivo di fornire spunti per riflettere sulle possibilità negate di ritrovare l’energia insita nella spontaneità e nella naturalezza di ogni essere umano, e stimolare riflessioni e curiosità sul rapporto che l’individuo ha con la propria mente e il proprio corpo.

IL SENSO PROFONDO DELLA CREATIVITA’

Carissimi lettori e lettrici,

oggi ho deciso di parlare della creatività.

Un argomento consono all’interno di un blog come quello del Makkekomiko, ma che più in generale riguarda tutti ma proprio tutti, nessuno escluso!

Cominciamo a dire che la creatività è un processo e che essa emerge attraverso la possibilità di esprimere un’idea, un’immagine interiore o anche solo una caratteristica interna della persona stessa. Andando ancor più nello specifico, l’atto creativo è l’espressione di una persona che da’ forma e vita ad un qualcosa che si genera al suo interno.. in questo senso anche il suono della voce, quando esso è in sintonia con lo stato energetico ed emotivo della persona, è un atto creativo. Tutto ciò che generiamo ed esprimiamo, in connessione con le nostre risorse e capacità, è una nostra creazione. Tutto quello che ci appartiene e a cui diamo una forma reale e condivisibile con altre persone, è uno stimolo sensoriale significativo che noi abbiamo generato e disposto in quello specifico modo, contesto etc…

Non a caso, il parto viene considerato come l’atto creativo per eccellenza. E non si tratta certo di retorica.. l’affinità con tutto ciò che sin’ora si è detto, è proprio nel definire l’atto di generare come un movimento che dall’interno sfocia verso l’esterno, dando vita ad una forza interiore che ora diviene visibile, unità e collettività al contempo. Inoltre, l’esempio del parto racchiude in sé tutto l’aspetto istintuale (inteso come primordiale), dell’atto espressivo-generativo-creativo: la spinta. Torno a ripetere che la creatività è quotidiana ed è ciò che siamo in grado di rappresentare di noi stessi! Essa è meravigliosamente impressa in tutto il nostro modo di essere e si libera ogni qualvolta non ci conformiamo “troppo” alle aspettative altrui, ogni qualvolta ci relazioniamo profondamente (anima e corpo) con noi stessi e con gli altri.

La crisi dell’atto creativo sopraggiunge quando v’è carenza di simboli. Oggi, ne siamo particolarmente privi. Il simbolo ha la funzione di connettere l’uomo alla sua individualità-universalità. Esso rappresenta la connessione tra eventi (interni ed esterni), la connessione tra passato e presente e coinvolge il pensiero nella sua capacità di comprendere e connettersi con gli eventi. Ora, i simboli sono molto altro ancora ma una parte della loro funzione è quella di permetterci di rappresentare (sentimenti, intuizioni, emozioni e passioni) e di riconoscerci in quella stessa rappresentazione, sia individualmente che collettivamente.

Dunque, dobbiamo riappropriarci dei nostri simboli, per poter tornare ad esprimerci creativamente. Come? Iniziando a leggere la realtà non solo in termini di causa-effetto, ma anche in termini di significato. Gli avvenimenti, intrapsichici, corporei ed esterni, hanno i loro significati. E sono connessi tra loro, oltretutto.

C. G. Jung parlava di “sincronicità”, proprio a voler sottolineare la possibilità di comprendere la realtà nelle relazioni di significato tra gli eventi. Perchè ignorare questa affascinante prospettiva? Esiste il caso, così come esistono forze (nostre, della natura, altrui) che agiscono per generare degli eventi. Non siamo isolati, ma siamo immersi in una realtà (sociale, universale), ben più complessa e che agisce e risponde così come noi agiamo e rispondiamo.

La creatività è dunque strettamente connessa al simbolo ed alla nostra capacità di riconoscerci in esso e di rappresentarlo. E’ una questione di appartenenza. Appartenenza al movimento perenne che è la vita. Connessione. Connessione come contatto con la nostra forza vitale. E’ espressione. Espressione di noi e della nostra unicità in un linguaggio comune: comunicazione e relazione.

La creatività non è mai fine a sé stessa. Essa esprime la spinta che tutti abbiamo a comunicare il nostro mondo, per renderlo vivo e visibile. Per farlo raggiungere e toccare da altri.

Ecco perchè, la creatività è insita in ogni azione in cui mettiamo noi stessi.

Il mio caro saluto per voi

dott.ssa Emanuela Fasano

 

Numero 15                                                                                                           Mercoledì 19 Gennaio  2011

MA LA MENTE, MENTE?

Rubrica di psicologia con l’obiettivo di fornire spunti per riflettere sulle possibilità negate di ritrovare l’energia insita nella spontaneità e nella naturalezza di ogni essere umano, e stimolare riflessioni e curiosità sul rapporto che l’individuo ha con la propria mente e il proprio corpo.

LA DEPRESSIONE

Carissimi lettori e lettrici,

questa settimana ho deciso di riflettere su un disagio estremamente diffuso e multiforme: la depressione.

Se ne parla spesso..ci si riflette spesso..la si soffre..ma sarebbe anche utile confrontarcisi! In che senso? Nel senso di iniziare a leggerla come un segnale (che “qualcosa” non va..), piuttosto che come uno stato immutabile di fronte al quale ci sente impotenti!

Anzitutto, va detto che la depressione può esprimersi e svilupparsi a vari livelli di “gravità” e di stabilità, cioè essa può essere uno stato più o meno passeggero (dovuto a fasi di sviluppo, a lutti, separazioni, alla perdita di un lavoro etc…) oppure può diventare cronica ed associarsi ad altri disturbi psichici (ma è questo il caso di cui non tratterò nel presente articolo). Tra questi due livelli, vi è una gamma di modi  molto ampia in cui la depressione può manifestarsi.

Si definisce depressione quello stato in cui il corpo e la mente non sono più in grado di ricevere gli stimoli necessari a provare emozioni e sensazioni vitali. Nello stato depressivo, infatti, avvengono delle modificazioni fisiologiche ben precise, di cui una delle pricipali è l’abbassamento del livello di serotonina (nota come “l’ormone del buonumore”). Ora, non starò qui ad elencare i mutamenti fisiologici che avvengono nello stato depressivo, ma mi interessa comunque accennare all’importanza del corpo e delle sue reazioni anche in questo tipo di vissuto.

La depressione è uno stato in cui ci si sente tristi, maliconici, arresi. Il corpo è praticamente fermo, le espressioni del viso limitate ed esprimono immobilità, tristezza, assenza o richiesta di aiuto. Nella depressione il respiro di una persona è flebile, quasi impercettibile, come se lo spazio per un respiro pieno (di vita, di sé) fosse ridotto. Alle volte, non si riesce a nemmeno a trovare la forza per alzarsi dal letto, sollevare le serrande ed iniziare la giornata! Altri sintomi possono essere ben più gravi (idee suicidarie), altri più impercettibili, ma tutti riguardano l’impossibilità di sentire il movimento e la vitalità del corpo e della mente!

A tutti noi sarà capitato di provare queste sensazioni, magari nell’adolescenza o forse in periodi più o meno lunghi della nostra vita. Ma, come ne siamo usciti? Quale risorsa interna abbiamo utilizzato (anche inconsciamente) per tornare alla vita piena? Rilfettiamoci un attimo e cerchiamo di esplorare le spinte interiori (nostre, personali) che ci mantengono in vita “nonostante tutto”..facciamole nostre, riconosciamole, perchè quelle sono le nostre inesauribili risorse.

Nella vita proviamo dolore, gioia, pienezza, rabbia, frustrazione e quant’altro. Nella depressione tutto questo non lo si prova, ed è proprio questo il problema! Se sento poco o nulla, non trovo nessun motivo per alzarmi dal letto. Ma va anche detto che quando non si sente nulla, si è come anestetizzati ed al riparo da qualunque sensazione piacevole ma anche spiacevole..

Nella depressione è presente una forte sensazione di perdita, come di lutto. Una sensazione di perdita di sé. Essa può essere collegata alla perdita reale di una persona amata (o di una situazione importante, come perdere una casa od un lavoro), a cui era legata una parte del sé che sembra se ne vada assieme alla persona perduta. E questa perdita viene vissuta come incolmabile ed irrimediabile. Ed allora il presente diventa privo di senso, inutile e non merita di essere vissuto. Quando questi pensieri e questa sensazione di vuoto entrano nel nostro stomaco e nella nostre teste, gradualmente ma con grande determinazione dobbiamo riprenderci quella parte di noi che sentiamo perduta per sempre! In che modo? Sperimentandola in nuove “cose”, anche semplicemente cercandola (perchè c’è ed è nostra), poichè quello ci induce già ad un movimento verso noi stessi, che va a riempire quel vuoto che sentiamo. Quando l’immobilità è uno stato insormontabile, bisogna opporvi il movimento, anche piccolo e graduale. Quando le sensazioni sono ridotte e le emozioni  assenti, cominciamo a respirare profondamente: in tal modo ci daremo un importante messaggio e cioè che in noi c’è spazio per la vita e per la pienezza.

Non sempre la nostra vitalità è presente ed al nostro servizio. A volte dobbiamo alimentarla ed auitarla ad uscire. A volte la sentiamo di più, altre molto meno. Cerchiamo però, dentro di noi, le piccole grandi strategie che ci permettono di proteggerla e di ritrovarla.

Il mio più caro saluto

Dott.ssa Emanuela Fasano

 

Numero 14                                                                                                          Mercoledì 12 Gennaio 2011

MA LA MENTE, MENTE?

Rubrica di psicologia con l’obiettivo di fornire spunti per riflettere sulle possibilità negate di ritrovare l’energia insita nella spontaneità e nella naturalezza di ogni essere umano, e stimolare riflessioni e curiosità sul rapporto che l’individuo ha con la propria mente e il proprio corpo.

IL CONFLITTO

Carissimi lettori e lettrici,

oggi parlerò di un condizione spesso difficilmente accettata ed a volte parecchio temuta: il conflitto.

Vi siete mai chiesti quale sia il suo significato evolutivo? E perchè la cultura e l’educazione tendono a non parlarne ed a reprimerlo?

Kurt Lewin definisce il conflitto come lo stato in cui due forze, uguali e di senso opposto, agiscono simultaneamente. Quindi il conflitto è intriso di dualità, e quest’ultima è parte inesorabile dell’essere umano!

Molte persone tendono a reprimere il conflitto (che può essere intrapsichico o tra due entità esterne) scegliendo razionalmente la strada che porta alla “pacificazione”, a costo di tagliare fuori una parte di sé che vorrebbe invece vivere, esprimere e superare quella contraddizione. Altre ancora scelgono la strada del “conflitto perenne”, con sé stesse e con gli altri, tovando una sorta di equilibrio nel continuo scontro tra forze..

E’ importante dire che l’elaborazione psichica del conflitto è, a livello evolutivo, fondamentale nel processo di crescita di ogni individuo, perchè esso genera il sentimento di aggressività che permette al bambino di differenziarsi e separarsi dai genitori. E questo vale anche per i rapporti tra adulti. Se io tendo a reprimere il conflitto (ad esempio con il mio partner), avrò poi difficoltà nel differenziarmi da lui, a partire dal semplice fatto che mi privo della possibilità di confrontarmi con lui! L’esempio può sembrare riduttivo, ma opporre la propria forza apertamente ad un’altra persona, significa esprimerla ed asserire la propria posizione dando modo anche all’altro di fare lo stesso… e così entra in gioco il confronto (che può divenire anche scontro), con parti di noi che magari non conosciamo (in tal senso, il conflitto è anche crescita ed arricchiamento).

Quando un conflitto interiore è molto forte e profondo, esso viene “coperto” dalla difesa. I meccanismi di difesa, che possono essere i più svariati, hanno la funzione di mettere a tacere sentimenti e memorie per noi inaccettabili. In questo caso, hanno la funzione di mettere a tacere la dualità generata dal conflitto..ma a quale prezzo?

In bioenergetica, il conflitto viene visto ad un livello psico-corporeo ed è rappresentato dalla tensione cronica in una specifica parte del corpo. La “zona conflittuale” viene bloccata a livello corporeo per impedirne il movimento. Se non muovo quella parte del corpo io impedisco al conflitto di emergere. L’emozione è sempre accompagnata da una reazione corporea. Immobilizzare il corpo o una parte di esso genera si il disagio (a volte molto grande) di una tensione cronica, ma permette all’individuo di non dover entrare in quell’area conflittuale…

Ora, i meccanismi di difesa sono reazioni inconsce ( e molto spesso precoci) che si attuano rispetto ad un “problema” che viene vissuto emotivamente come inaffrontabile e troppo doloroso! Quindi, cerchiamo sempre di non giudicarli e di non giudicarci per questo. Anzi, a volte le nostre difese (come ho già detto in un precedente articolo) hanno proprio la funzione di “salvarci” da qualcosa che al momento in cui le abbiamo attuate, era inaffrontabile! Il passo successivo, però, è quello di darci uno spazio per comprenderne il significato, ed evitare così che si cronicizzino vita natural durante… quest’ultima possibilità, non è in sé “sbagliata” ma sicuramente ci impedisce di vivere interamente il nostro benessere e la nostra forza vitale!

Accettare i conflitto, vuol dire aprirsi alla crescita. Il conflitto non è di per sé distruttivo. Ma lo diventa nel momento in cui non mettiamo in discussione o non affrontiamo una cosa che ci riguarda. E questo, non è affatto semplice..

A volte, si può avere paura di perdere una persona, o di sfaldare una condizione stabile esprimendo un conflitto. Oppure si può temere la scoperta di un sentimento sconosciuto..ma ricordiamoci sempre che, lo vogliamo oppure no, i sentimenti conflittuali agiscono comunque nella nostra vita! Diamoci tempo, rispettiamoci e perdoniamoci per non essere perfetti. E cerchiamo sempre di dare ascolto alle nostre emozioni, anche a quelle conflittuali, e concediamo loro uno spazio (sempre con i nostri personalissimi tempi e modi), per dar voce e forza anche a quella parte della nostra perenne crescita (forse una delle più dolorose) che non è sempre in accordo con tutto e con tutti.

Vi auguro una splendida settimana

Dott.ssa Emanuela Fasano

 

Numero 13                                                                                                          Mercoledì 5 Gennaio  2011

MA LA MENTE, MENTE?

Rubrica di psicologia con l’obiettivo di fornire spunti per riflettere sulle possibilità negate di ritrovare l’energia insita nella spontaneità e nella naturalezza di ogni essere umano, e stimolare riflessioni e curiosità sul rapporto che l’individuo ha con la propria mente e il proprio corpo.

L’IMPORTANZA DEL CONTATTO COME NUTRIMENTO EMOTIVO…

Carissimi lettori e lettrici,

in questi freddissimi giorni di inizio 2011, capita spesso di cogliere noi stessi e chi ci sta intorno nell’atto di sfregarsi le braccia, le gambe, le mani per riscaldare il corpo. In quel semplice gesto che ci diamo e che vediamo agire così frequentemente, c’è tutto un mondo di accudimento del nostro corpo e di ricerca di calore!  E questo accudimento avviene tramite il contatto (dagli albori della nostra vita, alle relazioni in età adulta, ai momenti in cui sentiamo di dovercelo dare da soli). Ed oggi, parlerò proprio di questo meraviglioso bisogno fondamentale di contatto dell’essere umano.

Il contatto, è una primaria stimolazione fisica ma anche un fondamentale canale di nutrimento emotivo. Ed è quindi un importante raccordo tra la mente e il corpo nonchè un ponte nella relazione tra persone. Un corpo vivo è un corpo caldo, e generare calore tramite il contatto vuol dire riportare la vita ad un livello di piacere e di scioglimento. Ecco un altro dono, che facciamo a noi stessi e a chi amiamo (amici, partners, persone significative), a volte attraverso dei semplicissimi e quasi impercettibili gesti..

Sebbene il tatto non sia di per sé un fatto emotivo, i suoi elementi sensoriali inducono quei cambiamenti neurali, ghiandolari, muscolari e mentali, che chiamiamo complessivamente sentimento. L’identità psico-fisica di una persona si stabilisce attraverso il coinvolgimento e l’identificazione fra la madre e il bambino, principalmente attraverso il contatto. Una carenza tattile nell’infanzia porta spesso ad alienazione, non coinvolgimento, mancanza di identità, distacco, superficialità emotiva e indifferenza. Al contrario, conoscere e padroneggiare i propri sentimenti fornisce all’individuo uno stato di vibrazione e di armonia e ciò è possibile solo quando egli è in grado di contattare se stesso attraverso il sentire corporeo. La relazione ed il contatto con l’altro sono parte integrante di questo processo e si immettono in una dialettica circolare in cui, fin dagli albori della vita, nutrimento e consapevolezza (in età adulta) divengono basi fondamentali per il benessere dell’essere umano.

Essere toccati significa essere visti, riconosciuti ed essere contattati si traduce allora nella possibilità di assumere connotati più reali, che ci permettono di entrare in relazione con noi stessi in modo più diretto, di “incarnare” il nostro sé. E’ dunque evidente che stare con sé e con l’altro sono due processi egualmente fondamentali nella circolarità della vita e del processo energetico dell’individuo, che permettono la co-esistenza del mondo interiore della persona con quella di un mondo esteriore che allora può essere vissuto ed esplorato, con la consapevolezza di un Sé e quindi di una connessione tra emozione e realtà.

A volte, un contatto può essere fastidioso, violento, non sintonizzato con il nostro bisogno. Ed allora ci irrigidiamo, proviamo fastidio e protestiamo (verbalmente, oppure chiudendoci in noi stessi). Questo perchè l’essere toccati signfica anzitutto essere affidati. E se la persona che ci tocca non rispetta il nostro confine, o il nostro bisogno del momento, sta forse pensando più al suo di bisogno… e ciò ci infastidisce, ripeto.

Il contatto può essere: nutrimento (quando è buono per noi), intrusione (quando non veniamo visti né rispettati), privazione (quando questo è assente). Quando possiamo, stiamo attenti ai segnali che mandiamo (quelli gestuali, corporei e verbali) e, se ne vale la pena, facciamo sempre un tentativo di comunicare all’altro (lì dove vediamo che non è in sintonia con noi) di cosa abbiamo bisogno in quel momento… a volte, le persone, non riescono magicamente ad intuire ciò che ci piace o quello di cui necessitiamo. Il mio invito, è quello di mandare dei segnali (di piacere, di protesta e quant’altro) quando sentiamo che quel “tocco” va bene o meno per noi. E concediamoci anche di entrare noi stessi in contatto con il nostro corpo; sentendolo, toccandolo, massaggiandolo. Sono sicura che ognuno di voi lo fa centinaia di volte al giorno senza nemmeno accorgersene. Ed allora, magari, la prossima volta potreste divertirvi a prestare maggiore attenzione a questi piccoli momenti di “auto-contatto”, chiedendovi ad esempio: “cosa fa la mia mano che carezza il mio braccio mentre parlo con tizio?” Scoprirete un mondo. Il mondo della vostra straordinaria capacità di autoregolazione, di darvi amore e calore magari in un momento di ansia, oppure mentre parlate di un argomento doloroso… scoprirete il potentissimo linguaggio del vostro corpo e le risorse (spesso sottili, impercettibili oppure ignorate, ma importantissime) che siete in grado di tirar fuori nel momento del bisogno. Quando siamo confusi su cosa sentiamo o su cosa necessitiamo, mettiamoci in ascolto del linguaggio del nostro corpo: delicato, chiaro e che sempre tende a riportarci verso uno stato di benessere.

Buon Inizio Anno a Tutti Voi Lettori

Dott.ssa Emanuela Fasano