MAKKE Vegan

Qualche settimana fa abbiamo iniziato questo fantastico viaggio salutare nel mondo della cucina vegana e vegetariana.
Se qualcuno se lo stesse chiedendo, no non ci siamo pentiti anzi proseguiamo e lo facciamo con questa nuova ricetta di torta Sacher.

Buona lettura e preparazione.

Il direttore del blog
Mago Mancini

Mucche al mare_2 copia

TORTA SACHER

Una torta che nella sua ricetta tradizionale prevede dalle 6 alle 8 uova, rivisitata e corretta in versione light.
Ecco a voi la ‘vegansacher’!

Ingredienti:Torta Sacher

• 180 gr di farina
• 200 gr di zucchero
• 100 gr di cacao amaro
• 200 ml di latte di soia
• 2 fialette di rhum per dolci
• 1 arancia (succo)
• 2 arance (buccia)
• 1 bustina di lievito (per la glassa):
• 200 gr marmellata albicocche
• 50 gr. cioccolato fondente
• 1 cucchiaio colmo di zucchero

 

 

Preparazione:

Unire in un recipiente la farina, lo zucchero e il cacao, ben setacciati, e amalgamarli a secco; quindi unire il latte, il rhum, la buccia grattugiata dell’arancia e il succo, infine il lievito. Lavorare bene l’impasto che deve risultare liscio e cremoso. Infornare nel forno preriscaldato, e cuocere per 40 minuti circa, a 180 gradi. Lasciare raffreddare; quando la torta sarà fredda fare la glassa mettendo a scaldare in un pentolino la marmellata, la cioccolata e lo zucchero con un dito d’acqua; mescolare fino a sciogliere bene gli ingredienti, quindi spegnere e versare il composto, ancora caldo, sulla superficie della torta, distribuendolo bene sulla superficie con l’aiuto di una paletta. Guarnire con le codettes colorate. In alternativa si può, sempre una volta che la torta si sia completamente raffreddata, tagliarla a metà orizzontalmente e guarnirla internamente con uno strato di marmellata, sempre fatta scaldare prima in un pentolino con un filo d’acqua.

Un caro saluto a tutti.

www.makkekomiko.it 

 

 

MAKKE Vegan

Inizia una nuova avventura per il blog del Makkekomiko un viaggio salutare nel mondo della cucina vegana e vegetariana. Non vogliamo assolutamente convincere nessuno ad abbandonare le proprie abitudini, ma avendo noi fatto una scelta di vita e constatando miglioramenti e benefici abbiamo pensato che potevamo informare con un metodo non invasivo. Il nostro scopo è di fare qualcosa per il pianeta e di pensare che qualche abitante della terra che non fosse un essere umano,  annziché stare sulle nostre tavole e nei nostri frigoriferi avrebbe meritato e sperato di stare in qualche località balneare sperduta a rilassarsi un pò. Esperti del settore ci guideranno con suggerimenti e notizie per migliorare la nostra vita e il nostro benessere.
Semmai in qualche modo voi pensiate che possiamo turbare le vostre vite con i nostri articoli e le nostre ricette, vi preghiamo di non giudicarci e di non leggere questo blog.

Il direttore del blog
Mago Mancini

Mucche al mare_2 copia

Quale miglior modo per rendere questo inizio dolce se non con una ricetta dolce dolce? Buona preparazione.

TORTA MELE 

Ingredienti 

Torta di mele vegana300 gr. farina

100 gr. zucchero di canna

150 ml. latte di soia

5 cucchiai di olio di girasole

1 bustina di lievito

Succo di un limone piccolo

3 cucchiai colmi zucchero di canna (per la

frutta)

4-5 mele renette (700-800 gr)

½ bicchiere di limoncello

1 cucchiaino raso di cannella

Procedimento 

Tagliare a cubetti le mele, unire il succo del limone, lo zucchero di canna e la cannella. Lasciare macerare un po’. Scaldare il forno impostandolo a 200 gradi. Nel frattempo unire nell’impastatrice gli ingredienti nell’ordine: farina (setacciata), zucchero, latte; amalgamare quindi l’olio e il limoncello, fino a ottenere un impasto senza grumi; poi unire il lievito. (Attenzione: l’impasto non deve risultare troppo fluido, in quanto dopo vanno aggiunte le mele che contengono il loro succo) Versare le mele nell’impasto e mischiare il tutto molto bene, con un mestolo. Poi versare il tutto in una teglia da forno, o meglio in una forma per ciambellone, precedentemente oliata e infarinata. Infornare, per i primi 10 minuti a 200 gradi, poi altri 30 minuti a 180 gradi; per sapere se la cottura è ultimata comunque affondare un coltello nella torta, se è bagnato vuol dire che ancora non è cotta. Dopo aver tolto dal forno aggiungere una spolveratina di cannella e zucchero vanigliato.

Un caro saluto a tutti.

www.makkekomiko.it

marchio_makekomiko

Ad Ottobre dello scorso anno il Makkekomiko ebbe una bella recensione su un’importante rivista dedicata al Teatro ed al Cinema, (http://www.rivista-teatro.it/) scritta da una nostra spettatrice, la dott.ssa Rosalba Mirti. Devo essere sincero soprattutto per educazione, non chiedo mai al nostro pubblico di cosa si occupa, anche per non sembrare troppo invadente, e poi nonostante io sia un mago (Mago Mancini) non posso indovinare se una spettatrice è anche una giornalista, ma Rosalba ci ha fatto una bella sorpresa.
Il direttore di questa rivista è il Prof. Gianfranco Bartalotta docente all’università Roma 3 ed UNISU dei Processi formativi nel Teatro e nello Spettacolo ed anche critico teatrale, (per conoscerlo meglio potete cliccare qui https://www.google.it/#q=gianfranco+bartalotta). Il professore incuriosito dall’articolo scritto nella sua rivista ha voluto onorarci della sua presenza venendo a farsi due risate ed a presentare direttamente al Makkekomiko la sua rivista e i tanti contenuti che la caratterizzano. La serata è stata molto piacevole e il professore si è dimostrato pronto alla battuta e molto divertente, ci ha promesso inoltre che sarebbe tornato a trovarci, aspettiamo pazienti… ma ora di seguito l’articolo di Rosalba, Spero tanto possa incuriosire anche voi e possiate venirci a trovare.

MAKKEKOMICO
della dott.ssa Rosalba Mirti

 Chi varca la soglia di “Accento Teatro” avverte l’odore dei percorsi teatrali sotterranei, quelli veri che vivono affianco agli spettacoli pubblici dei circuiti distributivi. Nel cuore di Roma, al Testaccio, in Via Gustavo Bianchi 12° è possibile assistere a quella che ci piace chiamare una comicità ripensata che non solo ci rende partecipi delle battute, anche attori inconsapevoli e compartecipi perché è possibile interagire con i comici e con loro inventare e creare copioni seduta stante. Mancando di spazi ufficiali il “teatro off” vive di quell’alternatività che è condizione necessaria e sufficiente per una creatività libera da dipendenze, dunque l’immaginazione è vitale e capace di mutevolezza, di senso critico, poiché riesce a snodarsi dal preconfezionato, dal sistema consumistico e da quanto possa esser imposto istituzionalmente. Qui si respira aria di strada ed è possibile per lo spettatore confrontarsi con sé stesso perché ci sono tutte le rappresentazioni della vita sociale, della quotidianità, tematiche libere da schemi e rivisitate personalmente dagli attori che non vogliono e non abbisognano essere relegate in facili categorizzazioni ma sono fini a sé stesse. Il termine “off” fu coniato negli anni ’60 per differenziare quelle aggregazioni teatrali newyorkesi da quelle off-Broadway più radicalmente commerciali, le prime infatti si cimentavano in forme alternative di teatro e sperimentavano nuovi modi di spettacolo in stretta collaborazione con le altre antesignane artistiche. La storia ci insegna come l’avanguardia sia stata, in campo artistico, portatrice di innovazione, cambiamento, pertanto, crediamo fermamente che l’affermazione di questi spettacoli “underground” possa dare un contributo  importante alla cultura, arricchirla di “altra storia” e segnare, fissare i contorni di una ispirazione genuina che non mancherà, più tardi, di definire i suoi colori, di trovare i giusti riconoscimenti, dunque, una maggiore visibilità. Assistere ad un spettacolo del “Makkekomiko” (si tiene ogni martedì) e delle altre programmazioni, significa chiedersi: “ma quanti modi di ridere ci sono?” significa oltremodo specchiarsi e ritrovarsi nella realtà cruda, attraversarla nelle situazioni più vicine, paradossali, anacronistiche ma sempre attuali di una consuetudine che fa ridere spesso e che poi, nel quotidiano,  ci imbottiglia,  ci costringe nei ruoli che ci impediscono la spontaneità del riso. “Accento Teatro” ci allieta soprattutto di cabaret, gli attori, fra i principali: Sergio Viglianese, Fabian Grutt, Gianluca Irti, Sergio Giuffrida, Filippo Giardina, Marco Passiglia, Rocco Ciarmoli, Oscar  Biglia si succedono spesso con disordine, ma anche questo ci fa ridere, il traffico è diretto da Mago Mancini che non manca di far notare le difficoltà di questo crocevia fatto di ingovernabile e simpatica follia. La simpatia dei volti dei protagonisti è arricchita da espressioni canzonatorie, caricaturali, che non mancano di didascalici atteggiamenti ma come biasimarli, il moraleggiante, spesse volte, non è la prima fonte di ironia anche nella noiosa consuetudine dei tanti giorni uguali per tutti? In questo caso le sentenze servono non per decretare la differenza fra giusto o sbagliato su base convenzionale ma per mettere in risalto il lato ironico, umoristico, la diversità che sentiamo nell’apprendere il contrario e l’assurdo senso comune. L’abilità di chi fa ridere sta proprio nell’afferrare questo senso comune e livellarlo a tutti per renderlo fruibile alla variegata estrazione sociale degli spettatori. Tutto è rigorosamente dal vivo, rigorosamente off ed energia che si sprigiona allo stato puro. Anche il tempo è incondizionato, c’è un orologio interiore che, non senza difficoltà,  scandisce  i tempi delle risa che non sono sempre uguali per tutti eppure… si ride anche per questo, per una battuta che non ha funzionato o non avuto l’effetto desiderato e per  chi rimane indietro, anzi, si ride di più ed è teatro nel teatro, gesto, ritmo, pausa, è parola e silenzio, in ultimo,  è l’arte che si fa strada come fosse una lucciola ad illuminare il buio. Accento teatro si avvale di un’organizzazione disponibile anche per spettacoli da commissionare per eventi privati, feste di piazza, manifestazione di vario genere,  basta contattare gli artisti di “Makkekomiko” sulla pagina “contatti e blog” di www.Makkekomiko.it e si riceverà una consulenza gratuita fermo restando il fatto che son assolutamente da vedere perché ridere divenga la serietà dei saggi, il vero stigma della libertà, la rivoluzione inaspettatamente compulsiva della vera superiorità sugli altri.

Rosalba Mirti

Conosciamo meglio la dott.ssa Rosalba Mirti.

La dott.ssa Rosalba Mirti ha nel suo curriculum esperienza di coordinamento delle attività ricreative, progettazione delle attività ludiche e socio riabilitative , partecipazione attiva individuale e in affiancamento alle figure professionali dello psicologo e dello psichiatra alle attività di intervento socio riabilitativo in casa famiglia . Attualmente è responsabile del circolo distrettuale di olevano romano del caf fenapi e centro raccolta di tor vergata e si occupa della tenuta scritture contabili in agricoltura, assistenza fiscale, disbrigo  pratiche amministrative. Ha spiccate doti comunicative, una buona competenza nel problem solving e predisposizione ai rapporti interpersonali. Appassionata di musica, sport ed arti pittoriche collabora dal 2011 come recensitrice  di film e teatro nella nella rivista “teatro contemporaneo e cinema” diretta da  gianfranco bartalotta dal 2011.

Numero 16                                                                                                     Lunedì 20 Maggio 2013

A PORTATA DI PENNA

 di Pierpaolo Buzza

Logo Pierpaolo Buzza

 Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

Se manderete i vostri racconti a http://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –
16. Scrivere il comico
Siamo dunque giunti alla fine di questo breve ciclo di appunti di scrittura creativa. Visto che la rubrica che ci ospita è quella del Makkekomiko, non potevamo esimerci dal dire qualcosa anche sulla scrittura comica.

Quello comico è uno dei generi tecnicamente più difficili che ci siano. Che sia un racconto destinato alla pagina, che sia un monologo destinato ad essere recitato ad un pubblico, che sia uno sketch teatrale o anche solo una battuta; il genere comico è impietoso, perché non ammette sfumature. O il meccanismo scatta (si ride), oppure non scatta (non si ride).

È difficile perché, nonostante l’opinione diffusa presso i non addetti ai lavori, la risata scatta per la tecnica, non per il contenuto. Posso scegliere il contenuto più divertente del mondo, e avere un’idea originalissima per una battuta; ma se poi quella battuta non la so scrivere, la battuta non funzionerà.

Non c’è il tempo e lo spazio qui per esaurire ogni sfaccettatura dei meccanismi della comicità scritta; ci sono dei corsi dedicati solo a questo che durano mesi o addirittura anni. Si può tuttavia cercare di capire perché si ride.
Molto genericamente, si può dire che si ride quando c’è uno spiazzamento rispetto a una premessa nota. Quando c’è qualcosa che ci porta fuori dall’ordinario, il nostro cervello va nell’illogico, nel paradosso. Questo può generare disorientamento, quando non apertamente paura. Ad esempio gli sceneggiatori dei film horror sono bravi ad usare l’illogico per togliere certezze e generare terrore. I comici invece usano l’illogico per liberare la tensione con la catarsi della risata.

Per fare questo con maestria bisogna aver studiato un bel po’ e soprattutto aver fatto tonnellate e tonnellate di pratica: davanti a un pubblico, se siete comici da palco; nel vostro studio, se siete comici da pagina scritta.
Una specifica importante a questo punto è che le risate non sono tutte uguali. Ci sono molti tipi di comicità, ma possiamo schematicamente ridurle a due macrocategorie: le risate “di pancia” e le risate “di testa”. Le risate di pancia sono quelle più immediate, che spesso hanno a vedere col fisico (torte in faccia, scivolate su bucce di banana, bisogni fisiologici), o ad esempio con giochi di parole, che, come il turpiloquio, sono l’equivalente verbale delle gag fisiche.

Poi ci sono le risate di testa, ovvero quelle in cui bisogna prima passare dal cervello. Una battuta “che va capita”, un riferimento a qualcosa per cui il cervello deve svolgere una parte attiva. Sono risate meno forti, ma spesso quelle che vengono ricordate di più.

Per cui non importa che tipo di comici siete, l’importante è scoprirlo e valorizzarlo.
Anche perché – e qui veniamo al punto cruciale di questo appuntamento – ci sono molti modi e motivi per cui si può usare l’espediente della comicità in narrativa. Può essere che voi siate dei comici, punto. In questo caso la comicità è il fine. Venite pagati se a fine serata il pubblico ha riso, o se ha comprato il vostro libro di battute.

Ma non è detto che sia sempre così. La comicità può essere usata per sdrammatizzare una scena pesante. Oppure, ancora meglio, per drammatizzarla. Oppure come veicolo per raccontare altro. In questo caso, il comico è il mezzo. Il comico è come lo zucchero. Se ne mettete tanto fate una torta. Se ne mettete poco in un’altra ricetta, avrete un sapore agrodolce, o dolceamaro, che non farà che impreziosire la vostra narrativa. Certo non è semplice, e anche qui è richiesta moltissima pratica, ma sicuramente è uno strumento di grandissima qualità.
Per approfondire la questione, posso suggerire John Vorhaus, Scrivere il comico, edizioni Dino Audino. Oppure Claudio Fois, Ma i comici non se le scrivono da soli?, acquistabile online.
Vi lascio con un pezzo comico fra i migliori che esistano in circolazione, perché alterna risate di pancia, di testa, gag si situazione e one-liner, e tante tecniche in 3 minuti e mezzo in cui tutta questa tecnica non si nota, si nota solo il divertimento.

È il famoso monologo dell’alce di Woody Allen.
E con questo per quest’anno chiudiamo la rubrica! Grazie a tutti per avermi letto, pazientemente, e commentato… l’anno prossimo insieme al Mago Mancini torneremo con nuovi progetti e altra carne al fuoco: quindi se avete idee/commenti/suggerimenti/qualsiasi cosa, fatecela sapere. Saremo contenti di ascoltare tutti i feedback.

Grazie ancora, buona estate, buona lettura e buona scrittura!
P.

Numero 15                                                                                                      Venerdì 03 Maggio 2013

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

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Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

Se manderete i vostri racconti a http://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –
15. Cenni di scrittura autobiografica
In chiusura di questo ciclo di appuntamenti, non poteva mancare almeno un accenno alla scrittura autobiografica. Come dicevo nel nostro secondo appuntamento (https://makkekomiko.wordpress.com/2012/10/18/da-una-narrazione-non-si-puo-uscire-puliti/), sono un fervido sostenitore del fatto che tutto sia autobiografico; anche la storia più lontana dalla nostra esperienza reale parlerà indirettamente di noi, se abbiamo una forte urgenza di raccontarla. È questa mia convinzione a portarmi, fra i vari generi letterari, a prediligere quello autobiografico.
Ma cosa è l’autobiografia? Intanto stabiliamo quello che non è: l’autobiografia non è il racconto dei fatti che ci sono capitati. Per quello, e per una lunga, dettagliata e noiosa descrizione delle nostre sensazioni, c’è il diario.

La scrittura autobiografica, più che essere onesta con la realtà, deve essere onesta con l’autore. Sembra un controsenso, perché intuitivamente la realtà dovrebbe riflettere la personalità, ma non è detto che sia sempre così. Ad esempio, uno dei motti che potete tenere sempre con voi è you can male it happen: puoi farlo succedere. Puoi fare accadere una cosa che avresti tanto desiderato. O modificare qualcosa di reale. Quello che è importante è che, alla fine del pezzo (sia esso un romanzo o un racconto di quattro righe), il lettore abbia un’idea chiara di chi sei in profondità, che gli sembri di conoscerti da sempre.

Raggiungere questo scopo non è affatto semplice: bisogna avere una grande onestà davanti a sé stessi, prima ancora che davanti al lettore. Ricordate il discorso sullo sporcarsi le mani? Per farlo bisogna attingere a quei luoghi di sé in cui si preferirebbe non andare a pescare, ma del resto l’autobiografia non è per tutti. La mia opinione è che per fare arte, qualsiasi tipo di arte, bisogna avere coraggio. Se non lo si ha, tanto vale fare altro.
Come è possibile mettersi a nudo davanti a una pagina bianca? Semplicemente facendo di sé un personaggio principale. Se ricordate quello che dicevamo sui personaggi, sono principali quei personaggi di cui vediamo tutte le sfaccettature, anche le più deteriori, e questa profondità aiuta il personaggio a cambiare. Sicuramente quando facciamo autobiografia noi stessi siamo personaggi principali. Quindi non basta raccontare di episodi a cui abbiamo assistito, bisogna anche che questi episodi ci vedano come protagonisti. Né basta essere i protagonisti, bisogna che alla fine del racconto ci siamo fatti conoscere.

Un suggerimento: se scrivere è stato troppo facile, forse non avete detto tutto quello che potevate. Se è stato troppo difficile, forse non eravate ancora pronti per raccontare quella storia. La narrativa si colloca in quel delicato equilibrio che c’è fra urlare qualcosa perché ti brucia e il raccontarla con freddezza perché è passato troppo tempo.

In ogni caso, come già accennato, le ore passate davanti alla pagina bianca sono lavoro ben speso. La frustrazione fa parte del gioco, ed solo superando crisi successive che si migliora davvero. Per cui niente panico: raccontarsi non è semplice, e bisogna concedersi i tempi giusti e il lusso di sbagliare.

A questo link ho risposto ad alcune domande di Simona Giorgino sull’autobiografia:
http://simonagiorgino.blogspot.it/2013/01/corso-di-scrittura-autobiografica-roma.html
Vi lascio con uno spezzone di un film molto autobiografico (di un autore già molto autobiografico di suo), Aprile di Nanni Moretti.


Alla prossima!

P.

 

Numero 14                                                                                                       Venerdì 12 Aprile 2013

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

Logo Pierpaolo Buzza

Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

Se manderete i vostri racconti a http://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –
14. Rivedere uno scritto
Un concetto importante su cui occorre soffermarci (visto che siamo ormai quasi alla fine del nostro tragitto) riguarda il luogo comune “io scrivo per me”.

Abbiamo già affrontato il discorso di come, quando si scrive, si abbia sempre un interlocutore. Niente impedisce a una persona di aprire un diario e scrivere tutto quello che pensa, ma in quel caso è del tutto inutile far leggere i propri scritti ad altri, o andare alla ricerca di consigli per migliorare la tecnica. Se lo si fa, evidentemente è perché non si scrive più solo per sé. Rimane sottinteso che la scrittura nasce da una profonda esigenza individuale, ma il destinatario è cambiato: si vuole che le proprie parole escano dalla pagina e spicchino il volo. Una volta che questo processo è avvenuto, non si scrive più solo per sé. Né ha senso sottoporre un proprio scritto a un lettore, per poi specificare che “lo si è scritto per sé”. In quel caso, un lettore assennato dovrebbe rispondere “e allora che me ne importa di leggerlo?”, e restituirlo.

In realtà, questa frase viene detta nel 99% delle volte per difendersi dall’insuccesso (critiche, recensioni negative) che, nel caso in cui lo scritto provenga dritto dal cuore, non riguardano più solo il racconto, ma diventano personali.
Questo processo è normale, e ahimé non c’è modo per evitarlo. Ciò che è scritto con passione è parte di noi, e una critica su di esso brucia più del dovuto. Tutto questo fa parte del gioco. Di contro, una recensione positiva ci rivaluta come esseri umani, non solo come scrittori.

Il mio personale consiglio, con la scrittura, è buttarsi a volo d’angelo senza rete. A volte farà male, ma è tutta roba che passa. Quello che rimane, poi, sono i voli.
Posto dunque che quando scriviamo è importante che il lettore venga tenuto in considerazione, vediamo qualche accorgimento per rivedere un racconto, che sia proprio o di qualcun altro. Lavoriamo su tre livelli.
1) Revisione basilare: tutto ciò che ha a che vedere con la forma e l’uso delle parole. Ad esempio: come si presenta un racconto? È importante che, se viene inviato, venga inviato in un allegato word (o qualche altro programma di scrittura), e non nel corpo della mail. Che in questo file ci sia il titolo dell’opera e il nome dell’autore, e che il file contenga entrambe queste informazioni. Se pensate che siano ovvietà, sappiate che per molte persone non lo sono, quindi vale la pena dirle.

Prestate anche attenzione alla forma in cui presentate il vostro racconto: evitate font troppo ricercati (un Times New Roman andrà benissimo) e dimensioni troppo piccole (sotto i 12 punti) o troppo grandi (sopra i 16).

Dopodiché, controllate la grammatica e la sintassi. Molti programmi di scrittura hanno la correzione automatica, non disdegnate di seguire qualche consiglio ogni tanto. Anche tecniche basilari di formattazione: lo spazio dopo la punteggiatura, non prima. Cercate di evitare ripetizioni e rime interne. Fate capire che qualcuno sta parlando tramite le virgolette, curandovi di aprirle all’inizio del dialogo e chiuderle alla fine. Non sottovalutate l’importanza di accortezze come queste che, pur ovvie, spesso non vengono seguite.
2) Revisione avanzata: avete presente tutto quello di cui abbiamo parlato negli ultimi 13 appuntamenti? Ecco. Valutate i punti uno per uno. C’è una trama? I personaggi sono ben disegnati, e consoni al loro ruolo nella storia? Com’è il linguaggio? Ci sono fuori tono? Ci sono rasoiate? I dialoghi sono credibili? Ci sono didascalie? Applicare tutte le tecniche viste fino a oggi ad proprio racconto vi farà rendere conto di quanto margine di miglioramento ci sia in uno scritto, anche uscito bene dalla prima stesura.
3) Revisione “de core”: questa è la meno stilizzata, una di quelle classiche cose che non si possono insegnare ma si possono imparare. Si tratta di leggere un racconto oltre tutti i tecnicismi, ma col cuore. Rendersi conto di quanta urgenza narrativa c’è dentro, e se questa urgenza è stata resa con efficacia. A volte ci sono due righe importantissime in mezzo a pagine di nulla, e bisogna saper riconoscere che c’è qualcosa che sta nascendo, avere il coraggio di buttare il resto e concentrarsi sul vero cuore del racconto. A volte c’è il nulla oltre le righe, e bisogna saperlo notare. A volte bisogna rendersi conto che in questo e quest’altro punto si poteva e si doveva osare di più. Insomma: bisogna sintonizzarsi col racconto su un’altra frequenza che non sia quella del correttore, ma quella dell’essere umano. Ci vuole tempo ed esperienza, ma poi è come risvegliare un istinto.
In conclusione, ricordate due cose importanti:

  • Se fate revisione del testo di un’altra persona, non dovete portarla a scrivere come scrivereste voi, ma piuttosto annullarvi come individui, entrare nella sua testa, capire cosa voleva dire e come voleva dirlo, e aiutarla a dire meglio quella cosa in quel modo.
  • La fatica che si fa nello scrivere è una grossa fatica emotiva. Perché bisogna avere il coraggio di mettere in piazza un pezzo di sé, scontrarsi per giorni (settimane? mesi?) con la pagina bianca, con la sensazione di non farcela a cavarsi d’impaccio in una storia che non si sa come risolvere. Nondimeno, questa fatica emotiva è circa il 20% della fatica totale del lavoro dello scrittore. Il restante 80% è fatto di “lavoro sporco” di revisione, limatura, togliere una cosa da qua e metterla là, poi il giorno dopo rimetterla qua, togliere interi passaggi, riscriverli, poi litigare con la propria storia come si litigherebbe con la propria creatura. Se siete arrivati a questo punto, avete lavorato bene.

Vi lascio con Oscar Wilde, di cui il suo amico Sherard diceva: Richiesto di come avesse passato la giornata, rispondeva con grande serietà: “ho lavorato tutta la mattina su una mia poesia per togliervi una virgola. Nel pomeriggio, poi, ve l’ho rimessa”.

Alla prossima!

P.