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Numero 16                                                                                                     Lunedì 20 Maggio 2013

A PORTATA DI PENNA

 di Pierpaolo Buzza

Logo Pierpaolo Buzza

 Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

Se manderete i vostri racconti a http://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –
16. Scrivere il comico
Siamo dunque giunti alla fine di questo breve ciclo di appunti di scrittura creativa. Visto che la rubrica che ci ospita è quella del Makkekomiko, non potevamo esimerci dal dire qualcosa anche sulla scrittura comica.

Quello comico è uno dei generi tecnicamente più difficili che ci siano. Che sia un racconto destinato alla pagina, che sia un monologo destinato ad essere recitato ad un pubblico, che sia uno sketch teatrale o anche solo una battuta; il genere comico è impietoso, perché non ammette sfumature. O il meccanismo scatta (si ride), oppure non scatta (non si ride).

È difficile perché, nonostante l’opinione diffusa presso i non addetti ai lavori, la risata scatta per la tecnica, non per il contenuto. Posso scegliere il contenuto più divertente del mondo, e avere un’idea originalissima per una battuta; ma se poi quella battuta non la so scrivere, la battuta non funzionerà.

Non c’è il tempo e lo spazio qui per esaurire ogni sfaccettatura dei meccanismi della comicità scritta; ci sono dei corsi dedicati solo a questo che durano mesi o addirittura anni. Si può tuttavia cercare di capire perché si ride.
Molto genericamente, si può dire che si ride quando c’è uno spiazzamento rispetto a una premessa nota. Quando c’è qualcosa che ci porta fuori dall’ordinario, il nostro cervello va nell’illogico, nel paradosso. Questo può generare disorientamento, quando non apertamente paura. Ad esempio gli sceneggiatori dei film horror sono bravi ad usare l’illogico per togliere certezze e generare terrore. I comici invece usano l’illogico per liberare la tensione con la catarsi della risata.

Per fare questo con maestria bisogna aver studiato un bel po’ e soprattutto aver fatto tonnellate e tonnellate di pratica: davanti a un pubblico, se siete comici da palco; nel vostro studio, se siete comici da pagina scritta.
Una specifica importante a questo punto è che le risate non sono tutte uguali. Ci sono molti tipi di comicità, ma possiamo schematicamente ridurle a due macrocategorie: le risate “di pancia” e le risate “di testa”. Le risate di pancia sono quelle più immediate, che spesso hanno a vedere col fisico (torte in faccia, scivolate su bucce di banana, bisogni fisiologici), o ad esempio con giochi di parole, che, come il turpiloquio, sono l’equivalente verbale delle gag fisiche.

Poi ci sono le risate di testa, ovvero quelle in cui bisogna prima passare dal cervello. Una battuta “che va capita”, un riferimento a qualcosa per cui il cervello deve svolgere una parte attiva. Sono risate meno forti, ma spesso quelle che vengono ricordate di più.

Per cui non importa che tipo di comici siete, l’importante è scoprirlo e valorizzarlo.
Anche perché – e qui veniamo al punto cruciale di questo appuntamento – ci sono molti modi e motivi per cui si può usare l’espediente della comicità in narrativa. Può essere che voi siate dei comici, punto. In questo caso la comicità è il fine. Venite pagati se a fine serata il pubblico ha riso, o se ha comprato il vostro libro di battute.

Ma non è detto che sia sempre così. La comicità può essere usata per sdrammatizzare una scena pesante. Oppure, ancora meglio, per drammatizzarla. Oppure come veicolo per raccontare altro. In questo caso, il comico è il mezzo. Il comico è come lo zucchero. Se ne mettete tanto fate una torta. Se ne mettete poco in un’altra ricetta, avrete un sapore agrodolce, o dolceamaro, che non farà che impreziosire la vostra narrativa. Certo non è semplice, e anche qui è richiesta moltissima pratica, ma sicuramente è uno strumento di grandissima qualità.
Per approfondire la questione, posso suggerire John Vorhaus, Scrivere il comico, edizioni Dino Audino. Oppure Claudio Fois, Ma i comici non se le scrivono da soli?, acquistabile online.
Vi lascio con un pezzo comico fra i migliori che esistano in circolazione, perché alterna risate di pancia, di testa, gag si situazione e one-liner, e tante tecniche in 3 minuti e mezzo in cui tutta questa tecnica non si nota, si nota solo il divertimento.

È il famoso monologo dell’alce di Woody Allen.
E con questo per quest’anno chiudiamo la rubrica! Grazie a tutti per avermi letto, pazientemente, e commentato… l’anno prossimo insieme al Mago Mancini torneremo con nuovi progetti e altra carne al fuoco: quindi se avete idee/commenti/suggerimenti/qualsiasi cosa, fatecela sapere. Saremo contenti di ascoltare tutti i feedback.

Grazie ancora, buona estate, buona lettura e buona scrittura!
P.

Numero 15                                                                                                      Venerdì 03 Maggio 2013

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

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Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

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– Appunti di scrittura creativa –
15. Cenni di scrittura autobiografica
In chiusura di questo ciclo di appuntamenti, non poteva mancare almeno un accenno alla scrittura autobiografica. Come dicevo nel nostro secondo appuntamento (https://makkekomiko.wordpress.com/2012/10/18/da-una-narrazione-non-si-puo-uscire-puliti/), sono un fervido sostenitore del fatto che tutto sia autobiografico; anche la storia più lontana dalla nostra esperienza reale parlerà indirettamente di noi, se abbiamo una forte urgenza di raccontarla. È questa mia convinzione a portarmi, fra i vari generi letterari, a prediligere quello autobiografico.
Ma cosa è l’autobiografia? Intanto stabiliamo quello che non è: l’autobiografia non è il racconto dei fatti che ci sono capitati. Per quello, e per una lunga, dettagliata e noiosa descrizione delle nostre sensazioni, c’è il diario.

La scrittura autobiografica, più che essere onesta con la realtà, deve essere onesta con l’autore. Sembra un controsenso, perché intuitivamente la realtà dovrebbe riflettere la personalità, ma non è detto che sia sempre così. Ad esempio, uno dei motti che potete tenere sempre con voi è you can male it happen: puoi farlo succedere. Puoi fare accadere una cosa che avresti tanto desiderato. O modificare qualcosa di reale. Quello che è importante è che, alla fine del pezzo (sia esso un romanzo o un racconto di quattro righe), il lettore abbia un’idea chiara di chi sei in profondità, che gli sembri di conoscerti da sempre.

Raggiungere questo scopo non è affatto semplice: bisogna avere una grande onestà davanti a sé stessi, prima ancora che davanti al lettore. Ricordate il discorso sullo sporcarsi le mani? Per farlo bisogna attingere a quei luoghi di sé in cui si preferirebbe non andare a pescare, ma del resto l’autobiografia non è per tutti. La mia opinione è che per fare arte, qualsiasi tipo di arte, bisogna avere coraggio. Se non lo si ha, tanto vale fare altro.
Come è possibile mettersi a nudo davanti a una pagina bianca? Semplicemente facendo di sé un personaggio principale. Se ricordate quello che dicevamo sui personaggi, sono principali quei personaggi di cui vediamo tutte le sfaccettature, anche le più deteriori, e questa profondità aiuta il personaggio a cambiare. Sicuramente quando facciamo autobiografia noi stessi siamo personaggi principali. Quindi non basta raccontare di episodi a cui abbiamo assistito, bisogna anche che questi episodi ci vedano come protagonisti. Né basta essere i protagonisti, bisogna che alla fine del racconto ci siamo fatti conoscere.

Un suggerimento: se scrivere è stato troppo facile, forse non avete detto tutto quello che potevate. Se è stato troppo difficile, forse non eravate ancora pronti per raccontare quella storia. La narrativa si colloca in quel delicato equilibrio che c’è fra urlare qualcosa perché ti brucia e il raccontarla con freddezza perché è passato troppo tempo.

In ogni caso, come già accennato, le ore passate davanti alla pagina bianca sono lavoro ben speso. La frustrazione fa parte del gioco, ed solo superando crisi successive che si migliora davvero. Per cui niente panico: raccontarsi non è semplice, e bisogna concedersi i tempi giusti e il lusso di sbagliare.

A questo link ho risposto ad alcune domande di Simona Giorgino sull’autobiografia:
http://simonagiorgino.blogspot.it/2013/01/corso-di-scrittura-autobiografica-roma.html
Vi lascio con uno spezzone di un film molto autobiografico (di un autore già molto autobiografico di suo), Aprile di Nanni Moretti.


Alla prossima!

P.

 

Numero 14                                                                                                       Venerdì 12 Aprile 2013

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

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Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

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– Appunti di scrittura creativa –
14. Rivedere uno scritto
Un concetto importante su cui occorre soffermarci (visto che siamo ormai quasi alla fine del nostro tragitto) riguarda il luogo comune “io scrivo per me”.

Abbiamo già affrontato il discorso di come, quando si scrive, si abbia sempre un interlocutore. Niente impedisce a una persona di aprire un diario e scrivere tutto quello che pensa, ma in quel caso è del tutto inutile far leggere i propri scritti ad altri, o andare alla ricerca di consigli per migliorare la tecnica. Se lo si fa, evidentemente è perché non si scrive più solo per sé. Rimane sottinteso che la scrittura nasce da una profonda esigenza individuale, ma il destinatario è cambiato: si vuole che le proprie parole escano dalla pagina e spicchino il volo. Una volta che questo processo è avvenuto, non si scrive più solo per sé. Né ha senso sottoporre un proprio scritto a un lettore, per poi specificare che “lo si è scritto per sé”. In quel caso, un lettore assennato dovrebbe rispondere “e allora che me ne importa di leggerlo?”, e restituirlo.

In realtà, questa frase viene detta nel 99% delle volte per difendersi dall’insuccesso (critiche, recensioni negative) che, nel caso in cui lo scritto provenga dritto dal cuore, non riguardano più solo il racconto, ma diventano personali.
Questo processo è normale, e ahimé non c’è modo per evitarlo. Ciò che è scritto con passione è parte di noi, e una critica su di esso brucia più del dovuto. Tutto questo fa parte del gioco. Di contro, una recensione positiva ci rivaluta come esseri umani, non solo come scrittori.

Il mio personale consiglio, con la scrittura, è buttarsi a volo d’angelo senza rete. A volte farà male, ma è tutta roba che passa. Quello che rimane, poi, sono i voli.
Posto dunque che quando scriviamo è importante che il lettore venga tenuto in considerazione, vediamo qualche accorgimento per rivedere un racconto, che sia proprio o di qualcun altro. Lavoriamo su tre livelli.
1) Revisione basilare: tutto ciò che ha a che vedere con la forma e l’uso delle parole. Ad esempio: come si presenta un racconto? È importante che, se viene inviato, venga inviato in un allegato word (o qualche altro programma di scrittura), e non nel corpo della mail. Che in questo file ci sia il titolo dell’opera e il nome dell’autore, e che il file contenga entrambe queste informazioni. Se pensate che siano ovvietà, sappiate che per molte persone non lo sono, quindi vale la pena dirle.

Prestate anche attenzione alla forma in cui presentate il vostro racconto: evitate font troppo ricercati (un Times New Roman andrà benissimo) e dimensioni troppo piccole (sotto i 12 punti) o troppo grandi (sopra i 16).

Dopodiché, controllate la grammatica e la sintassi. Molti programmi di scrittura hanno la correzione automatica, non disdegnate di seguire qualche consiglio ogni tanto. Anche tecniche basilari di formattazione: lo spazio dopo la punteggiatura, non prima. Cercate di evitare ripetizioni e rime interne. Fate capire che qualcuno sta parlando tramite le virgolette, curandovi di aprirle all’inizio del dialogo e chiuderle alla fine. Non sottovalutate l’importanza di accortezze come queste che, pur ovvie, spesso non vengono seguite.
2) Revisione avanzata: avete presente tutto quello di cui abbiamo parlato negli ultimi 13 appuntamenti? Ecco. Valutate i punti uno per uno. C’è una trama? I personaggi sono ben disegnati, e consoni al loro ruolo nella storia? Com’è il linguaggio? Ci sono fuori tono? Ci sono rasoiate? I dialoghi sono credibili? Ci sono didascalie? Applicare tutte le tecniche viste fino a oggi ad proprio racconto vi farà rendere conto di quanto margine di miglioramento ci sia in uno scritto, anche uscito bene dalla prima stesura.
3) Revisione “de core”: questa è la meno stilizzata, una di quelle classiche cose che non si possono insegnare ma si possono imparare. Si tratta di leggere un racconto oltre tutti i tecnicismi, ma col cuore. Rendersi conto di quanta urgenza narrativa c’è dentro, e se questa urgenza è stata resa con efficacia. A volte ci sono due righe importantissime in mezzo a pagine di nulla, e bisogna saper riconoscere che c’è qualcosa che sta nascendo, avere il coraggio di buttare il resto e concentrarsi sul vero cuore del racconto. A volte c’è il nulla oltre le righe, e bisogna saperlo notare. A volte bisogna rendersi conto che in questo e quest’altro punto si poteva e si doveva osare di più. Insomma: bisogna sintonizzarsi col racconto su un’altra frequenza che non sia quella del correttore, ma quella dell’essere umano. Ci vuole tempo ed esperienza, ma poi è come risvegliare un istinto.
In conclusione, ricordate due cose importanti:

  • Se fate revisione del testo di un’altra persona, non dovete portarla a scrivere come scrivereste voi, ma piuttosto annullarvi come individui, entrare nella sua testa, capire cosa voleva dire e come voleva dirlo, e aiutarla a dire meglio quella cosa in quel modo.
  • La fatica che si fa nello scrivere è una grossa fatica emotiva. Perché bisogna avere il coraggio di mettere in piazza un pezzo di sé, scontrarsi per giorni (settimane? mesi?) con la pagina bianca, con la sensazione di non farcela a cavarsi d’impaccio in una storia che non si sa come risolvere. Nondimeno, questa fatica emotiva è circa il 20% della fatica totale del lavoro dello scrittore. Il restante 80% è fatto di “lavoro sporco” di revisione, limatura, togliere una cosa da qua e metterla là, poi il giorno dopo rimetterla qua, togliere interi passaggi, riscriverli, poi litigare con la propria storia come si litigherebbe con la propria creatura. Se siete arrivati a questo punto, avete lavorato bene.

Vi lascio con Oscar Wilde, di cui il suo amico Sherard diceva: Richiesto di come avesse passato la giornata, rispondeva con grande serietà: “ho lavorato tutta la mattina su una mia poesia per togliervi una virgola. Nel pomeriggio, poi, ve l’ho rimessa”.

Alla prossima!

P.

Numero 13                                                                                                      Venerdì 22 marzo 2013

A PORTATA DI PENNA

 di Pierpaolo Buzza

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Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

Se manderete i vostri racconti a http://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –
13. Cosa è realmente volgare
Veniamo adesso a un tema che mi sta particolarmente a cuore: quello della volgarità. Mi sta a cuore perché ritengo che sia uno dei concetti peggio interpretati in narrativa.

La mia convinzione a riguardo è che non esista niente che sia volgare di per sé. Come non esiste niente che sia romantico, o poetico, di per sé. Non è affatto detto che la parola “vaffanculo” sia sempre volgare, e l’espressione “ti amo” sia sempre romantica. Tutto dipende dal contesto.

Se è vero che la bellezza sta nell’occhio di chi guarda, allo stesso modo la volgarità sta nella penna di chi scrive. Il discrimine è, secondo me, la gratuità o meno del turpiloquio.

Un “ti amo” di scherno detto mentre un capoufficio dà una pacca sul sedere della sua segretaria, sapendo che lei non può reagire, è estremamente volgare e offensivo. Un “brutto stronzo” detto fra le lacrime abbracciando il fratello che non si vede da 5 anni è commuovente. Non è mai la parola in sé, è sempre il contesto a fare la differenza.
Cerco di spiegarmi attraverso degli esempi, e facciamo finta che il “secondo me” sia sottinteso all’inizio di ogni frase.

Le continue e basse allusioni sessuali dei cinepanettoni sono volgari. I comici che in scena infarciscono tutte le loro frasi con un “cazzo” sono volgari, a meno che non ci sia un motivo narrativo per farlo. A Roma, quando una persona dice spesso quella parola, si dice “Ahò, ma stai sempre con un cazzo in bocca!”. E questa frase che ho appena scritto è enormemente volgare, perché non era necessaria.

Quindi sì, in definitiva è vero che il turpiloquio ha molte probabilità di essere volgare. Ma il centro della questione dell’appuntamento di oggi è che non è sempre così. E, che quando si riescono ad usare immagini orribili e fare di loro poesia, il nostro lavoro di narratori è al suo apice.
Non c’è un metodo scientifico per capire quando le parolacce sono volgari e quando no. Però esistono una serie di indicatori con cui ce ne possiamo rendere conto.

In primo luogo, come dicevo, il valore del contesto. Una narrazione, qualsiasi essa sia, non dovrebbe contenere fuori tono. Ovvero, una inspiegabile caduta di stile all’interno di un linguaggio “alto”, oppure un volo pindarico all’interno di uno stile “basso”.

Il senso di volgarità che proviamo leggendo davanti ad alcune parolacce è dovuto al loro essere fuori tono rispetto al contesto. Ma, mettiamo il caso, si stiano scrivendo i dialoghi di una persona caratterizzata come particolarmente ignorante o volgare: in quel caso, le parolacce non sono fuori contesto. Anzi, sarebbe fuori contesto non usarle.

Questo non vale solo per il linguaggio dei personaggi, ma anche per il linguaggio del narratore: se il nostro stile è crudo, urbano, e riusciamo a tenere questo stile per tutta la narrazione, allora l’uso delle parolacce non viene visto come una gratuita caduta di stile, ma come una naturale conseguenza dello stesso.
Dopodiché, ci saranno persone che non compreranno il nostro libro perché non gli piace il nostro stile, ma pace all’anima loro. Questo vale comunque con qualsiasi stile, l’importante è che ogni narratore sia fedele a sé stesso.
Altro caso è quello in cui il turpiloquio diventa poesia, cioè quando viene usato per sottolineare un particolare stato d’animo: anche la più nobile delle persone vive momenti in cui potrebbe morire dal dolore. Se questo dolore è raccontato con spessore e senza pietismo, si possono mettere degli sfoghi anche di una crudezza inimmaginabile, e saranno le parti più poetiche di tutta la narrazione.

Certo ci vuole coraggio. E bravura, per trovare quello che (come molte altre cose) è un sottile equilibrio.

Un esempio è la poesia di Stefano Benni “Dormi, Liù”, che vi scrivo di seguito.

Altro esempio è nella satira: la satira vera (e si potrebbe stare per ore a discettare su cosa sia la satira vera) utilizza il volgare come mezzo narrativo per arrivare a ben altri fini, rendendolo così di fatto non volgare. Tutto sta nel capire qual è il sottile equilibrio fra la volgarità usata come mezzo narrativo oppure come strumento elementare per prendere una risata facile.
Il consiglio spassionato che mi sento di regalare al mondo è: non evitate il turpiloquio a tutti i costi, non evitate le immagini crude, anche se possono disturbare. Non siete servi, non si dovrebbe scrivere per compiacere nessuno. Siate solo fedeli a voi stessi.

Quindi: se rileggendo vi rendete conto che quella parolaccia o quella immagine non c’entra niente, che l’avete scritta per prendere una risata facile, o solo per scandalizzare, allora toglietela. Se invece pensate che sia una provocazione giustificata dal vostro intento narrativo, allora tenetela. È lì che alla lunga avrete vinto, dovesse anche piacere solo a voi.
Dormi, Liù

(Stefano Benni)
Dorme la corriera

dorme la farfalla

dormono le mucche

nella stalla
il cane nel canile

il bimbo nel bimbile

il fuco nel fucile

e nella notte nera

dorme la pula

dentro la pantera
dormono i rappresentanti

nei motel dell’Esso

dormono negli Hilton

i cantanti di successo

dorme il barbone

dorme il vagone

dorme il contino

nel baldacchino

dorme a Betlemme

Gesù bambino

un po’ di paglia

come cuscino

dorme Pilato

tutto agitato
dorme il bufalo

nella savana

e dorme il verme

nella banana

dorme il rondone

nel campanile

russa la seppia

sul’arenile

dorme il maiale

all’Hotel Nazionale

e sull’amaca

sta la lumaca

addormentata
dorme la mamma

dorme il figlio

dorme la lepre

dorme il coniglio

e sotto i camion

nelle autostazioni

dormono stretti

i copertoni
dormono i monti

dormono i mari

dorme quel porco

di Scandellari

che m’ha rubato

la mia Liù

per cui io solo

porcamadonna

non dormo più.
Alla prossima!

P.

Numero12                                                                                                       Giovedì 07 marzo 2013

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

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Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare. L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.
Ricordiamo a tutti che da giovedi 7 a domenica 10 marzo Pierpaolo sarà in scena col suo gruppo di improvvisazione, Trama Libera Tutti, al Teatro Trastevere! Potrete vedere alcune di queste tecniche narrative applicate in pratica, in modo improvvisato. Tutte le info su http://tramaliberatutti.blogspot.it/

– Appunti di scrittura creativa –
12. Incipit, aforismi e battute
Nello scorso appuntamento abbiamo visto quella che abbiamo definito la teoria della rasoiata, che si può così riassumere:

un concetto espresso con 20 parole ha una certa forza.

Lo stesso concetto espresso con 10, ne ha molta di più.

Lo stesso concetto espresso con 5 parole è l’aforisma che resta nella storia.

Tante meno saranno le parole che usiamo per dire qualcosa, tanto più la lama del rasoio sarà affilata, e quello che vogliamo dire uscirà dalla pagina.
Ci sono momenti in cui la narrazione può essere un accompagnamento, altri momenti in cui può essere una descrizione, altri in cui può essere una rasoiata. L’importante è saper riconoscere questi momenti e conoscere le tecniche per realizzare l’effetto che si cerca. Di solito la narrativa come accompagnamento è abbastanza istintiva, mentre per mettere in pratica la teoria della rasoiata ci vuole un po’ di pratica in più. Perché, nonostante uno dei motti per chi scrive è che la migliore amica di uno scrittore sia la sua gomma da cancellare, questo lavoro di taglio non è sempre facile.
Uno dei momenti in cui potrebbe essere utile applicare la teoria della rasoiata è l’incipit. È ad esso che deleghiamo il compito di catturare il lettore e trascinarlo nella nostra storia, per cui dovrebbe essere qualcosa di forte e immediato. Basti pensare all’incipit di Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici sono simili; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Oppure all’incipit del Manifesto del Partito Comunista: “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo”. Sono frasi molto efficaci, che attirano subito il lettore nel mondo della storia che si sta per raccontare.

Ovviamente questo non è l’unico modo di scrivere un incipit, ce ne sono altri ugualmente validi; però è UN modo di sicura presa.
Un esercizio che si può fare per affinare la tecnica è la scrittura di aforismi. Prendete un pensiero che avete sulla vita, e scrivetelo nel dettaglio. Poi domandatevi: si può togliere qualcosa? E riscrivetelo. Poi rifatevi la stessa domanda. E così via, fino a creare un aforisma di una, due, massimo tre frasi. È possibile che la versione definitiva sia solo una lontana parente della prima stesura: che contenga tutte le stesse cose, ma con una forma completamente diversa. Fare questo esercizio una volta al giorno si rivelerà di un’utilità sorprendente quando andate a scrivere.

Prima parlavo di incipit: quando l’incipit di una storia riesce ad essere una sorta di aforisma che in qualche modo tiene dentro di sé il cuore della storia, è un colpo da 100 punti.

Vale lo stesso discorso se scrivete battute umoristiche. In una battuta, la brevità è tutto. È questo il motivo per cui una battuta viene riscritta 100 volte prima che sia buona.

Vi lascio proprio con il link al un sito di satira collettiva, che ho contribuito a fondare, Acido Lattico: ogni giorno escono con battute sull’attualità. Notate quanto la posizione di ogni parola sia studiata, e non ci sia nessuna parola di troppo. Se ci fosse, si perderebbe l’effetto comico.

http://www.acidolattico.org/
Alla prossima!

P.

Numero 09                                                                                       Giovedì 24 Gennaio 2013

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

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Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare. L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.
Ricordiamo a tutti che a febbraio verranno attivati i
corsi di scrittura creativa dal vivo tenuti da Pierpaolo a Roma e Anguillara Sabazia! Tutte le info al sito www.pierpaolobuzza.it

– Appunti di scrittura creativa –

9. Show don’t tell
Iniziamo oggi ad affrontare la sezione che riguarda l’uso del linguaggio.

Ci sono sicuramente tante cose da dire su questo argomento, senza contare che molte tecniche dipendono anche dal contenitore in cui vengono messe: uno spettacolo teatrale conterrà un linguaggio diverso da quello con cui sarà scritto un racconto. Come già accennato in precedenza, bisognerebbe conoscere le particolarità del genere che si vuole scrivere.

Tuttavia, esiste qualche costante valida più o meno in ogni occasione. La prima di esse è la pluricitata show don’t tell. In italiano: fai vedere, non dire.
Per esempio: un conto è dire “Elisa era triste”. Diverso è dire “Elisa piangeva”. Ancora diverso è dire “Elisa piangeva con la testa fra le ginocchia, rannicchiata sul pavimento della cucina”.

Nel primo caso non c’è alcuna storia: viene solo nominata un’emozione, che può voler dire tutto e niente. Ma se bastasse nominare un’emozione per farla provare, scrivere sarebbe un gioco da ragazzi.

Nel secondo caso c’è qualcosa di più: l’emozione non viene nominata, ma fatta intravedere. Però l’immagine è ancora troppo vaga affinché dica veramente qualcosa.

Nel terzo caso c’è tutto: non c’è bisogno di nominare la tristezza, perché in una sola immagine è racchiusa tutta la storia che la racconta.
Questo accade perché vale una regola che può sembrare controintuitiva: più il concetto che si è espresso è ampio, meno storia c’è dentro. Più invece il concetto è specifico, preciso, più storia contiene.

Bisogna dunque evitare quella che io definisco la “trappola del concettuale”. Ovvero cadere nella tentazione di nominare le cose, anziché farle vedere.

Chiaramente è molto più difficile descrivere un’emozione, una situazione, piuttosto che nominarla astrattamente. Gran parte dello sforzo autoriale consiste proprio in questo: raccontare storie con ogni immagine.

Uno dei possibili esercizi che si possono fare per allenare questa abilità è scrivere una breve storia che abbia per titolo un’emozione. Ad esempio, “felicità”. Questa storia non può contenere altro che azioni oggettive. Niente aggettivi, niente avverbi, qualità della scrittura ridotta all’essenziale, come se i personaggi della storia fossero dei personaggi di un videogioco, e l’autore potesse muoverli con joystick. In questo modo, si racconterà la felicità in modo molto più efficace rispetto al nominare concetti universali.

Perché quello che ci interessa come narratori non è tanto raccontare la felicità in generale, che è un concetto troppo vago per essere reale; ma la particolare felicità di quella particolare persona, per quel particolare motivo, in quel particolare momento.

Un altro esercizio che allena questa capacità è quello che proponevo qualche settimana fa (https://makkekomiko.wordpress.com/2012/11/29/conoscere-i-personaggi/) per caratterizzare i personaggi, ovvero quello dell’azione caratteristica: questo è il motivo per cui sono migliori tre righe di azione caratteristica, piuttosto che trenta righe di descrizione del carattere.

Ecco uno scambio che, in poche righe, racconta tutto di una relazione senza bisogno di descriverla: è tratto da Giuseppe Pontiggia, “Vite di uomini non illustri”, Oscar Mondadori.
[Ezio] sceglie nell’autunno del 1953 l’università che la zia ha già scelto per lui. Sarà ingegnere meccanico, per dirigere lo stabilimento tipografico e introdurvi quei miglioramenti tecnologici che lo porranno ai primi posti in Italia.

Il 7 aprile 1958 parla a sua madre di una ragazza che ha conosciuto da poco, si chiama Cecilia, gli sembra di conoscerla da sempre. Tradisce un entusiasmo loquace e inequivocabile. Sua madre, quando lui ha finito, alza gli occhi dal giornale:

Forse meriti qualcosa di più, non ti pare?”

Perché, cosa merito?”

Il meglio” risponde lei senza esitare. “Certo dovrei conoscerla, ma da quello che dici non sembra né fisicamente né intellettualmente particolare. O no?”

Aggiunge: “Io la farei conoscere alla zia. Giorgio arriva domenica. Potete passare da loro prima di cena”.
Alla prossima, e vi aspetto a una delle
lezioni dimostrative gratuite dei miei corsi di scrittura creativa che saranno attivati a Febbraio! Tutte le info su www.pierpaolobuzza.itP.

 

Numero 08                                                                                                     Giovedì 10 Gennaio 2013

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

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Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

Se manderete i vostri racconti a html://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html manderete i vostri racconti a l, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –

8. Far parlare i personaggi

Una volta capito chi sono i personaggi, bisogna dire qualcosa riguardo a come parlano: ovvero affrontare la spinosa questione dei dialoghi.

Anche qui, non ci sono formule scientifiche per scrivere dei buoni dialoghi, tuttavia ci sono un paio di accortezze che si possono mettere in atto per evitare di scriverne di troppo brutti.

Tanto per cominciare, una buona regola che vale la pena seguire è che i dialoghi non dovrebbero essere veri, ma verosimili. Ad esempio: se si registrasse un dialogo vero e lo si trascrivesse, leggendolo risulterebbe noioso o incomprensibile. Pause, ripetizioni, riferimenti a cose che il lettore non conosce, interruzioni reciproche, e quant’altro: basta leggere le intercettazioni telefoniche, fra le mille che sono uscite ultimamente, per capire che i personaggi nei libri non parlano come parla la gente vera.
Tuttavia, il dialogo deve risultare verosimile; non si dovrebbe notare che in realtà è artefatto. Quindi si tratta di condensare i contenuti (in uno dei nostri prossimi appuntamenti parleremo della “teoria della rasoiata”), di eliminare le titubanze, e di dare al dialogo una forma esteticamente gradevole.

Un altro consiglio utile riguarda le informazioni che vengono date al lettore tramite il dialogo. Se da una parte è vero che le informazioni al lettore in qualche modo ci devono arrivare, dall’altra un dialogo con troppe informazioni, specie se non propriamente verosimile, rischia di essere didascalico fino alla comicità involontaria. L’effetto è il seguente:

“Ciao, oh mia moglie Alessandra! Io, tuo marito Giulio, sono tornato a casa, dopo la mia consueta giornata di lavoro nello studio di architettura!”

“Ma ciao! Sei passato a prendere i nostri figli Alberto e Ludovica, che hanno rispettivamente 8 e 5 anni, a casa del tuo vecchio amico e collega Paolo Rodolfo?”

Consiglio di prestarci attenzione, anche se sembra ovvio.
Un altro suggerimento interessante viene direttamente da Vincenzo Cerami: affinché un dialogo sia veramente affascinante, il lettore dovrebbe essere portato a dare ragione a chi ha appena parlato. Spesso si assiste a dialoghi in cui è evidente chi ha ragione e chi torto. Questo spesso è l’espediente dell’autore per esprimere le proprie idee: per farlo usa il dialogo, facendo passare una posizione come inossidabile e l’altra come ridicola. Di questi dialoghi si potrebbe anche fare a meno, perché sono più vicini a dei comizi che a delle realistiche conversazioni fra esseri umani pensanti.

Le storie in cui si sa subito per chi tifare, in cui A è perfetto e senza macchia, mentre B è brutto sporco e cattivo, sono storie piatte, e un dialogo che rispecchi questo dislivello sarà poco avvincente.

Diverso è il conto se le due opinioni si equivalgono, e ogni volta che qualcuno parla, mette un argomento più forte messo dal suo interlocutore, facendo passare la ragione dalla sua parte. E se il dialogo è lungo, la ragione oscilla così frequentemente fra i due che alla fine finisce per non esserci una ragione, ma solo una storia.

Il fatto che un lettore non sappia da che parte stare è un fattore di spessore per la narrazione: ricordate quanto detto sull’Eroe e l’Ombra? Quando il lettore arriva a chiedersi chi è davvero il buono e chi davvero il cattivo, si sta facendo un buon lavoro. I dialoghi possono essere un ulteriore strumento per dare questo tipo di forza alla storia che si sta raccontando.

Mi viene in mente a tal proposito un dialogo scritto da Philip Roth nel suo Pastorale Americana. A parlare sono un padre di famiglia e una figlia che con un attentato terrorista ha ucciso un innocente, e che si è convertita a uno stile di vita distruttivo che avrebbe condotto alla morte anche lei. Sarebbe evidente da che parte sta la ragione. Invece, leggendo il dialogo, si vede che non è proprio così.
Un ultimo consiglio che posso dare è: ogni personaggio ha la sua voce. Possono essere differenze anche minime, ma avrà il suo specifico modo di parlare. Parlerà per frasi brevi o lunghe? Si esprimerà per metafore? Sarà diretto e brutale, o userà delicati eufemismi? Conoscere i proprio personaggi significa conoscere anche questo. E occhio: nessuna delle voci dei personaggi è uguale alla voce del narratore.
Vi lascio con un dialogo molto bello tratto dal mio film preferito. Avrete il coraggio di guardarlo?

Alla prossima!

P.

Numero 04                                                                                                           Giovedì 15 Novembre 2012

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.
L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.
Se manderete i vostri racconti a http://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –

4. Quale forma per la nostra storia?

Se siamo arrivati sani e salvi fino a questo punto, significa che abbiamo una storia da raccontare, vogliamo metterci in gioco facendolo, prendendoci anche dei rischi, e la nostra storia ha uno scopo da raggiungere. Che già è moltissimo.
La prossima domanda che ci dobbiamo porre prima di andare avanti è: in quale contenitore vogliamo mettere la nostra storia? Vogliamo che sia un racconto breve? Un romanzo? Un film? Un cortometraggio? Un monologo teatrale? Una drammaturgia?
Alcune storie chiamano univocamente il proprio contenitore: ci sono storie che possono essere raccontate solo con un film, altre solo con un racconto, e così via. Ma, nella maggior parte dei casi, la scelta è molto meno certa e dipende in larghissima parte dalla sensibilità dell’autore.
Uno stand-up comedian che desideri raccontare una storia è probabile che se la immagini come monologo teatrale: allo stesso modo un divoratore di romanzi se la immaginerà come un bestseller.
Questo è molto soggettivo, ed è importante che ognuno scelga il contenitore che più di tutti lo ispiri, lasciandogli libertà di esplorare la propria storia in tutte le sue sfaccettature.
Il mio invito è quello a non scegliere un contenitore “perché lo fanno tutti”, o perché è il primo che vi viene in mente; ma dedicare alla scelta del tempo e dell’energia. Spesso il contenitore racconta storia quanto il contenuto.
Magari i primi esperimenti non saranno pienamente soddisfacenti, ma bisogna tenere a mente che si impara a scrivere scrivendo, quindi occorre perseverare e non scoraggiarsi davanti agli insuccessi iniziali.

In questo discorso sto volutamente ignorando le difficoltà tecniche di certi medium (scrivere un film non è difficile, ma realizzarlo sì, molto), e ogni discorso di tipo commerciale. Mi sto concentrando unicamente sull’aspetto artistico, dove per “artistico” intendo che rispecchi il più possibile la sensibilità dell’autore, e contemporaneamente sia valido ed elaborato a livello di tecnica.

Il motivo per cui dobbiamo sapere a quale medium è destinata la nostra storia è che ogni mezzo ha le sue regole specifiche, che bisogna conoscere prima di potersi permettere di infrangerle. Di conseguenza, la nostra scrittura cambierà. In alcuni casi, molto.
Ad esempio, se si scrive un racconto, bisognerebbe sapere quello che si intende quando si dice che un racconto lavora per sottrazione. Ovvero, che conta di più quello che non si dice rispetto a quello che si dice.
Se si scrive un film non si può prescindere dal conoscere la struttura del Viaggio dell’Eroe di Vogler, se si scrive un monologo comico bisogna conoscere le basi della scrittura comica. Se sembra che stia dicendo delle ovvietà, si consideri il fatto che evidentemente (almeno stando alla mia esperienza personale) per molti non lo sono.

A volte, quando si ha una storia da raccontare, l’autore sa “a pelle” come la vorrebbe vedere rappresentata. È buona norma assecondare questo impulso, e osare. Se rimaniamo al di fuori della gabbia della vendibilità, tutto è possibile.

I mezzi espressivi sono pressoché illimitati: io ho preso come esempio i più famosi. Ma ce ne sono moltissimi, senza contare quelli che ancora non esistono e che non aspettano altro di essere inventati. Il mio invito, se non avete le idee chiare, è a creare: si possono raccontare storie attraverso una serie di parole disseminate con post-it sui muri di una città, o con una lista della spesa. Si possono inserire delle pagine di sceneggiatura in un romanzo, o fare autobiografia attraverso un album di foto narrative. Sbizzarritevi. Se non c’è un linguaggio, createlo.

Chiaramente questo spazio è troppo piccolo per poterci mettere dentro consigli utili per tutti i mezzi espressivi che si vogliano utilizzare. Quello che consiglio, quindi, è di approfondire per conto proprio le particolarità espressive del mezzo che si è scelto di utilizzare. Questo avviene teoricamente, attraverso la lettura di libri e possibilmente il confronto con persone più esperte; ma soprattutto praticamente. Se voglio scrivere un film, vederne tanti. Se voglio scrivere un romanzo, leggerne tanti. E così via.

Nei prossimi appuntamenti, ci dedicheremo in larga parte al mezzo narrativo del racconto breve, che è forse il banco di prova più immediato per fare pratica con la scrittura. Ma non tralasceremo di toccare anche qualche altra possibilità.

Vi lascio proprio con una foto dall’“album narrativo” che va a formare la biografia di Bertelli Claudia, personaggio inventato da Giuseppe Pontiggia nel suo libro Vite di uomini non illustri nel  racconto intitolato Una goccia nell’oceano divino.

Riprova con un altro il 13 gennaio 1968 e il giorno dopo annuncia a sua madre, mangiando cornflakes in un piatto di latte:
“Non sono più vergine.”
“Da quando?” le chiede sua madre impallidendo, ma cercando di esprimere una curiosità solidale.
“Da ieri.”
“È successo con l’Emilio?” chiede.
“No, con il Pino.”
“Il Pino?” geme lei sgomenta, congiungendo le mani. Ripetente, immigrato, piccolo, di famiglia modesta. “Ma perché proprio lui?”
“Ero certa che avresti detto così” risponde lei con disprezzo. “Siete solo razzisti mascherati.”
“Ma che cosa ti abbiamo fatto?” esclama sua madre.
“Vi odio!” grida.

Alla prossima!
P.

Numero 03                                                                                                          Giovedì 01 Novembre 2012

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.
L’autore, Pierpaolo Buzza attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.
“Se manderete i vostri racconti a http://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!”

– Appunti di scrittura creativa –

3. Trama

Quando si analizza uno scritto, la prima cosa a cui si fa caso è la trama. Una qualsiasi opera artistica dovrebbe averne una. Sarà capitato a tutti di leggere qualcosa e, alla fine, di domandarsi: “ok, e quindi?”. Ecco, è molto probabile che questo sia accaduto per una trama lacunosa o mancante.
Ci sono molti modi di definire il concetto di trama, di cui forse il più semplice è quello di Giorgio Vasta: esiste una trama quando esiste uno scopo da raggiungere.
Un classico dei vecchi film è una voice over che a un certo punto della storia dice “riusciranno i nostri eroi a compiere l’impresa?”. Questo passaggio, che solitamente avviene dopo la presentazione del mondo in cui si svolge la storia, è il momento in cui viene dichiarata l’esistenza di una trama. Viene posta una domanda la cui risposta alla fine della storia dovrà essere “sì” o “no”.
Non è importante che i personaggi raggiungano uno scopo, è importante che lo faccia la storia; perché lo scopo della storia può coincidere con quello dei personaggi come no. Né deve necessariamente essere quello di compiere un’impresa mirabolante; può anche essere un obiettivo interno, che ha una piccola valenza per il mondo, ma grande per il protagonista. Basta poco. Basta poter rispondere alla domanda “tutta questa storia dove va a parare? Perché me la stai raccontando?”.
Perfino un elenco di parole o di frasi può avere una trama, se vanno a inserirsi in un disegno più grande, come pezzi di un puzzle.
Questo naturalmente non vuol dire che, in una storia, tutto debba essere funzionale alla trama: al contrario. Si possono fare divagazioni, salti temporali, descrizioni di dettagli, e tutti gli abbellimenti che la vostra fantasia vi suggerisce. Questi sono strumenti da utilizzare per caratterizzare la vostra narrativa; ma una storia è come un edificio, e la trama ne è la struttura. Se non si ha la struttura, cosa si caratterizza? Viceversa, tanto più la struttura è forte e riconoscibile, tanto più ci si possono permettere divagazioni.
Controesempio classico è il concetto di flusso di coscienza.
In un momento di grande emozione, possiamo aprire un diario e scriverci sopra tutto quello che ci passa per la mente. Questo tipo di opera quasi auto-psicanalitica è utile, forse indispensabile per raccontare delle storie che abbiano davvero del sangue. Ma non è ancora narrativa; è un passo indietro. Per trasformare un flusso di coscienza in narrativa, bisogna prima dargli un senso letterario, oltre che psicologico.
La cattiva notizia è che un flusso sconnesso di pensieri su di sé è una delle cose più noiose che una persona possa avere la sfortuna di leggere, a meno che non lavori nel settore (e che quindi il suo interesse non sia letterario, ma professionale).
La buona notizia è che per trasformare un flusso di pensieri in narrativa ci vuole poco. Basta usare alcune accortezze, che vedremo nel dettaglio nei prossimi appuntamenti.
Intanto, la prima di queste accortezze è di trovare il bandolo della matassa. Far succedere alla fase emotiva la fase razionale, e domandarsi insistentemente “che storia è questa?”.
Probabile che si debba cancellare un bel po’ di roba. E questo è un bene.
All’estremo opposto del flusso di coscienza c’è il soggetto, ovvero una trama sintetizzata. Tipo “Tizio è un commercialista milanese di 40 anni, felicemente sposato con Tizia, quando un giorno incontra Caio, un sicario della ‘ndrangheta in Lombardia, che gli propone un affare etc etc”. Questo tipo di scrittura è una successione di avvenimenti. Al contrario del flusso di coscienza, è tutto mentale, non c’è emotività nell’elencare una serie di fatti. E anche questo è preparatorio alla narrativa, ma non è ancora tale.
Affinché un soggetto diventi un racconto si deve entrare nelle singole scene, e per l’appunto raccontarle. Quando Tizio incontra Caio dove sono? Si sono incontrati per caso? Come sono fatti fisicamente? Come sono vestiti? Cosa fanno? Che odori si respirano nel luogo in cui sono? Tutto questo è raccontare.
La narrativa si colloca in quel delicato equilibrio fra il vivere una storia e il vivere un momento.
Riassumendo quanto visto finora: se una storia ha una forte urgenza narrativa, uno scopo da raggiungere, e l’autore scrivendola si sporca le mani, non esagero se dico che l’80% del lavoro è fatto.
Nei prossimi appuntamenti vedremo come rendere tutto questo più “bello” possibile, e soprattutto più possibile nostro.
Vi lascio con una canzone che esemplifica bene il concetto di trama. Abbiamo un soldato che torna dalla guerra, e vede la morte. Chiede al re di fornirgli un cavallo per scappare, e lui acconsente. A questo punto lo scopo è dichiarato, la trama è chiara, e la domanda che la genera èriuscirà il soldato a scappare dalla morte?”. Alla fine della storia, la risposta è no.

http://youtu.be/6WwUqnAa1Dc

Alla prossima!

P.