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Numero 19                                                                                                          Mercoledì 15 Febbraio  2011

MA LA MENTE, MENTE?

Rubrica di psicologia con l’obiettivo di fornire spunti per riflettere sulle possibilità negate di ritrovare l’energia insita nella spontaneità e nella naturalezza di ogni essere umano, e stimolare riflessioni e curiosità sul rapporto che l’individuo ha con la propria mente e il proprio corpo.

L’AMBIVALENZA

Carissimi lettori e lettrici,

quest’oggi parleremo di un sentimento “tabù” particolarmente controverso: l’ambivalenza.

In realtà è riduttivo definire l’ambivalenza come “un” sentimento, poiché questa è proprio l’unione di due sentimenti che, in conflitto tra loro, si esprimono assieme!

Ambivalente è una persona che prova ed esprime due sentimenti contemporaneamente e questo avviene, molto spesso, attraverso il linguaggio non verbale (di cui già abbiamo parlato negli articooli precedenti). Il fatto che essa venga “allo scoperto” non dichiaratamente, ma tramite espressioni, atteggiamenti, movimenti più o meno sottili, avviene perchè in questa opposizione tra sentimenti non c’è spazio per l’elaborazione (magari perchè riguarda sentimenti inammissibili) e, in generale, dove non c’è elaborazione l’energia di un sentimento o di una emozione viene fuori (si scarica, viene espressa) tramite l’azione.

Ad esempio, una madre che ama totalmente il figlio, può provare per lui anche rifiuto a causa della fatica e dell’impegno che l’accudimento del figlio, in quel periodo, le richiede. Per questa madre (non sempre e non per tutte), può risultare difficile ammettere a sé stessa il sentimento di rifiuto verso l’amato figlio. E questo per moltissimi motivi che non staremo qui ad elencare né a giudicare. Fatto resta, che anche solo nello sguardo e nelle modalità di acudimento del figlio, la mamma esprimerà (inevitabilmente) questo doppio sentimento. Questo esempio, può essere riportato a qualunque situazione relazionale e, pensandoci un po’, credo che tutti ne abbiamo fatto esperienza in varie misure.

Ora la questione è: perchè il conflitto a volte ci risulta inammissibile? Perchè non possiamo esprimerlo a nessuno e nemmeno a noi stessi?

Entrare in contatto con un conflitto, vuol dire dover “uscire allo scoperto”. E questo non è sempre possibile. Ma è sempre possibile poter dosare il modo in cui lo si tira fuori. Già il poter ammettere con sé stessi che una data persona o situazione creano sentimenti opposti tra loro, è un passo enorme verso il superamento del conflitto stesso. La possibilità di integrare amore e odio, gioia e dolore, è un movimento che ci porta ad accettare la vita nella sua drammatica e bellissima contraddittorietà.

L’ambivelenza gioca il suo ruolo proprio nell’impossibilità di accettare che in noi possano convivere sentimenti opposti. Come se dovessimo sempre scegliere una strada piuttosto che un’altra, senza darci nemmeno il tempo di sentire quali sensazioni questa strada genera in noi.

Gli opposti possono essere integrati accettando il fatto che essi sono parte della nostra natura. Una natura, quella umana, fatta di fasi discontinue e sorprendenti, di oscillazioni inaspettate ma proprio per questo dolorose, gioiose ed arricchenti.

Siamo movimento, e quando pretendiamo troppa coerenza e continuità vuol dire che ci stiamo fermando. Vuol dire che stiamo dando “ragione” alle nostre paure. Insegnamo alle nostre paure che è quando stiamo troppo “fermi” che dobbiamo avere paura e che il movimento e la contraddizione sono parte della nostra apertura al cambiamento.

Dunque l’ambivalenza è forse anche frutto di una non accettazione (perchè forse è davvero doloroso accettarlo..) delle nostre contraddizioni interne.

Il mio invito, è quello di dare più credito a sé stessi senza giudicarsi troppo severamente.

Buona settimana a Tutti Voi

Dott.ssa Emanuela Fasano

 

 

 

Numero 17                                                                                                           Mercoledì 2 Febbraio  2011

MA LA MENTE, MENTE?

Rubrica di psicologia con l’obiettivo di fornire spunti per riflettere sulle possibilità negate di ritrovare l’energia insita nella spontaneità e nella naturalezza di ogni essere umano, e stimolare riflessioni e curiosità sul rapporto che l’individuo ha con la propria mente e il proprio corpo.

L’INTUIZIONE

Carissimi lettori e lettrici,

in questo diciassettesimo appuntamento ho deciso di trattare una “dote” umana di cui si parla davvero poco: l’intuizione. Possiamo definire l’intuizione come un movimento interno che, al di là del ragionamento logico e cosciente, genera in noi una consapevolezza.

Molto spesso questo meraviglioso meccanismo (l’intuito) viene lasciato in disparte, come se ciò che realizziamo dentro di noi dovesse sempre avere delle basi logiche che ci permettono di comprendere in termini di causa-effetto gli avvenimenti interni ed esterni.

L’intuizione nasce da una serie di percezioni e raccoglie informazioni con una modalità completamente differente da quella “mentale”: siamo di fronte ad un meccanismo che si muove sui binari della sensibilità (insita in ognuno di noi) e che su questi binari raccoglie informazioni in un modo in cui la nostra mente non è abituata a fare! Il livello mentale e quello intuitivo non si escludono l’uno con l’altra, ma sicuramente ci appartengono entrambi. E’ che siamo, anche culturalmente, abituati ad usarne soltanto uno (quello logico-mentale) e a dare credito solo a quello. Per spiegare meglio la differenza tra i due livelli, basti pensare che in ogni momento della nostra vita siamo sottoposti a centinaia, migliaia di stimoli e che, ai fini della concentrazione (e non solo), il nostro corpo opera una selezione degli stimoli riducendoli numericamente. Seleziona il numero di stimoli cui possiamo prestare attenzione. E quelli che escludiamo, che fine fanno? In che modo ci “influenzano”? Il livello sensoriale e percettivo, è ben più aperto e capiente di quello attentivo (dell’attenzione), e registra molti più movimenti e stimoli di esso. Solo che questi ultimi non verranno registrati in una memoria cosciente ma andranno a costituire una memoria corporea.

Portiamo con noi e recepiamo una enorme quantità di informazioni (sin dall’inizio della nostra vita) che creano una sorta di “seconda mente” la quale è in grado di metterle assieme e di fornirle chiaramente alla coscienza sotto forma di quel processo che è l’intuizione. La difficoltà a dare credito a ciò che intuiamo, è anche conseguente alla pretesa che quello in cui crediamo debba essere una verità assoluta. E invece, è semplicemente la nostra verità. L’intuito è intriso di elementi della nostra personale storia, oltre che di elementi comuni alla storia dell’umanità..e a volte, dobbiamo anche fidarci un po’ più di noi stessi e permetterci di “indagare” anche ciò che sentiamo e che non sappiamo ancora spiegarci.

L’intuizione è connessa anche con la risonanaza. Noi “risuoniamo” (cioè entriamo in risonanza) con sensazioni che sono presenti dentro di noi. Ad esempio, se abbiamo avuto di recente un cambiamento positivo, risuoneremo molto di più con il cambiamento positivo delle persone che ci circondano. In poche parole, “sentiamo”e partecipiamo profondamente (più o meno coscientemente) avvenimenti esterni che sono stati parte della nostra storia. Ma di questo, parleremo più approfonditamente in un altro articolo.

L’intuizione può esprimersi a vari livelli e con vari “linguaggi”, come quello onirico oppure sotto forma di immagine mentale e in numerosi altri modi. Questo dipende da moltissimi fattori, tra cui quanto siamo “allenati” ad accogliere ciò che proviene dal nostro mondo interiore. Non dobbiamo sforzarci di seguire solo la logica razionale e culturale o soltanto le nostre intuizioni. Siamo forniti di entrambi ed abbiamo un grandissimo vantaggio: poter connettere queste due capacità. L’una senza l’altra ci fa vivere senza una parte importante del nostro modo di essere! Diamoci più “credibilità”, con la certezza che possiamo sempre fidarci di noi, anche nella possibilità di sbagliare…

Vi auguro una settimana ricca di intuizioni!

Dott.ssa Emanuela Fasano

 

Numero 15                                                                                                           Mercoledì 19 Gennaio  2011

MA LA MENTE, MENTE?

Rubrica di psicologia con l’obiettivo di fornire spunti per riflettere sulle possibilità negate di ritrovare l’energia insita nella spontaneità e nella naturalezza di ogni essere umano, e stimolare riflessioni e curiosità sul rapporto che l’individuo ha con la propria mente e il proprio corpo.

LA DEPRESSIONE

Carissimi lettori e lettrici,

questa settimana ho deciso di riflettere su un disagio estremamente diffuso e multiforme: la depressione.

Se ne parla spesso..ci si riflette spesso..la si soffre..ma sarebbe anche utile confrontarcisi! In che senso? Nel senso di iniziare a leggerla come un segnale (che “qualcosa” non va..), piuttosto che come uno stato immutabile di fronte al quale ci sente impotenti!

Anzitutto, va detto che la depressione può esprimersi e svilupparsi a vari livelli di “gravità” e di stabilità, cioè essa può essere uno stato più o meno passeggero (dovuto a fasi di sviluppo, a lutti, separazioni, alla perdita di un lavoro etc…) oppure può diventare cronica ed associarsi ad altri disturbi psichici (ma è questo il caso di cui non tratterò nel presente articolo). Tra questi due livelli, vi è una gamma di modi  molto ampia in cui la depressione può manifestarsi.

Si definisce depressione quello stato in cui il corpo e la mente non sono più in grado di ricevere gli stimoli necessari a provare emozioni e sensazioni vitali. Nello stato depressivo, infatti, avvengono delle modificazioni fisiologiche ben precise, di cui una delle pricipali è l’abbassamento del livello di serotonina (nota come “l’ormone del buonumore”). Ora, non starò qui ad elencare i mutamenti fisiologici che avvengono nello stato depressivo, ma mi interessa comunque accennare all’importanza del corpo e delle sue reazioni anche in questo tipo di vissuto.

La depressione è uno stato in cui ci si sente tristi, maliconici, arresi. Il corpo è praticamente fermo, le espressioni del viso limitate ed esprimono immobilità, tristezza, assenza o richiesta di aiuto. Nella depressione il respiro di una persona è flebile, quasi impercettibile, come se lo spazio per un respiro pieno (di vita, di sé) fosse ridotto. Alle volte, non si riesce a nemmeno a trovare la forza per alzarsi dal letto, sollevare le serrande ed iniziare la giornata! Altri sintomi possono essere ben più gravi (idee suicidarie), altri più impercettibili, ma tutti riguardano l’impossibilità di sentire il movimento e la vitalità del corpo e della mente!

A tutti noi sarà capitato di provare queste sensazioni, magari nell’adolescenza o forse in periodi più o meno lunghi della nostra vita. Ma, come ne siamo usciti? Quale risorsa interna abbiamo utilizzato (anche inconsciamente) per tornare alla vita piena? Rilfettiamoci un attimo e cerchiamo di esplorare le spinte interiori (nostre, personali) che ci mantengono in vita “nonostante tutto”..facciamole nostre, riconosciamole, perchè quelle sono le nostre inesauribili risorse.

Nella vita proviamo dolore, gioia, pienezza, rabbia, frustrazione e quant’altro. Nella depressione tutto questo non lo si prova, ed è proprio questo il problema! Se sento poco o nulla, non trovo nessun motivo per alzarmi dal letto. Ma va anche detto che quando non si sente nulla, si è come anestetizzati ed al riparo da qualunque sensazione piacevole ma anche spiacevole..

Nella depressione è presente una forte sensazione di perdita, come di lutto. Una sensazione di perdita di sé. Essa può essere collegata alla perdita reale di una persona amata (o di una situazione importante, come perdere una casa od un lavoro), a cui era legata una parte del sé che sembra se ne vada assieme alla persona perduta. E questa perdita viene vissuta come incolmabile ed irrimediabile. Ed allora il presente diventa privo di senso, inutile e non merita di essere vissuto. Quando questi pensieri e questa sensazione di vuoto entrano nel nostro stomaco e nella nostre teste, gradualmente ma con grande determinazione dobbiamo riprenderci quella parte di noi che sentiamo perduta per sempre! In che modo? Sperimentandola in nuove “cose”, anche semplicemente cercandola (perchè c’è ed è nostra), poichè quello ci induce già ad un movimento verso noi stessi, che va a riempire quel vuoto che sentiamo. Quando l’immobilità è uno stato insormontabile, bisogna opporvi il movimento, anche piccolo e graduale. Quando le sensazioni sono ridotte e le emozioni  assenti, cominciamo a respirare profondamente: in tal modo ci daremo un importante messaggio e cioè che in noi c’è spazio per la vita e per la pienezza.

Non sempre la nostra vitalità è presente ed al nostro servizio. A volte dobbiamo alimentarla ed auitarla ad uscire. A volte la sentiamo di più, altre molto meno. Cerchiamo però, dentro di noi, le piccole grandi strategie che ci permettono di proteggerla e di ritrovarla.

Il mio più caro saluto

Dott.ssa Emanuela Fasano

 

Numero 14                                                                                                          Mercoledì 12 Gennaio 2011

MA LA MENTE, MENTE?

Rubrica di psicologia con l’obiettivo di fornire spunti per riflettere sulle possibilità negate di ritrovare l’energia insita nella spontaneità e nella naturalezza di ogni essere umano, e stimolare riflessioni e curiosità sul rapporto che l’individuo ha con la propria mente e il proprio corpo.

IL CONFLITTO

Carissimi lettori e lettrici,

oggi parlerò di un condizione spesso difficilmente accettata ed a volte parecchio temuta: il conflitto.

Vi siete mai chiesti quale sia il suo significato evolutivo? E perchè la cultura e l’educazione tendono a non parlarne ed a reprimerlo?

Kurt Lewin definisce il conflitto come lo stato in cui due forze, uguali e di senso opposto, agiscono simultaneamente. Quindi il conflitto è intriso di dualità, e quest’ultima è parte inesorabile dell’essere umano!

Molte persone tendono a reprimere il conflitto (che può essere intrapsichico o tra due entità esterne) scegliendo razionalmente la strada che porta alla “pacificazione”, a costo di tagliare fuori una parte di sé che vorrebbe invece vivere, esprimere e superare quella contraddizione. Altre ancora scelgono la strada del “conflitto perenne”, con sé stesse e con gli altri, tovando una sorta di equilibrio nel continuo scontro tra forze..

E’ importante dire che l’elaborazione psichica del conflitto è, a livello evolutivo, fondamentale nel processo di crescita di ogni individuo, perchè esso genera il sentimento di aggressività che permette al bambino di differenziarsi e separarsi dai genitori. E questo vale anche per i rapporti tra adulti. Se io tendo a reprimere il conflitto (ad esempio con il mio partner), avrò poi difficoltà nel differenziarmi da lui, a partire dal semplice fatto che mi privo della possibilità di confrontarmi con lui! L’esempio può sembrare riduttivo, ma opporre la propria forza apertamente ad un’altra persona, significa esprimerla ed asserire la propria posizione dando modo anche all’altro di fare lo stesso… e così entra in gioco il confronto (che può divenire anche scontro), con parti di noi che magari non conosciamo (in tal senso, il conflitto è anche crescita ed arricchiamento).

Quando un conflitto interiore è molto forte e profondo, esso viene “coperto” dalla difesa. I meccanismi di difesa, che possono essere i più svariati, hanno la funzione di mettere a tacere sentimenti e memorie per noi inaccettabili. In questo caso, hanno la funzione di mettere a tacere la dualità generata dal conflitto..ma a quale prezzo?

In bioenergetica, il conflitto viene visto ad un livello psico-corporeo ed è rappresentato dalla tensione cronica in una specifica parte del corpo. La “zona conflittuale” viene bloccata a livello corporeo per impedirne il movimento. Se non muovo quella parte del corpo io impedisco al conflitto di emergere. L’emozione è sempre accompagnata da una reazione corporea. Immobilizzare il corpo o una parte di esso genera si il disagio (a volte molto grande) di una tensione cronica, ma permette all’individuo di non dover entrare in quell’area conflittuale…

Ora, i meccanismi di difesa sono reazioni inconsce ( e molto spesso precoci) che si attuano rispetto ad un “problema” che viene vissuto emotivamente come inaffrontabile e troppo doloroso! Quindi, cerchiamo sempre di non giudicarli e di non giudicarci per questo. Anzi, a volte le nostre difese (come ho già detto in un precedente articolo) hanno proprio la funzione di “salvarci” da qualcosa che al momento in cui le abbiamo attuate, era inaffrontabile! Il passo successivo, però, è quello di darci uno spazio per comprenderne il significato, ed evitare così che si cronicizzino vita natural durante… quest’ultima possibilità, non è in sé “sbagliata” ma sicuramente ci impedisce di vivere interamente il nostro benessere e la nostra forza vitale!

Accettare i conflitto, vuol dire aprirsi alla crescita. Il conflitto non è di per sé distruttivo. Ma lo diventa nel momento in cui non mettiamo in discussione o non affrontiamo una cosa che ci riguarda. E questo, non è affatto semplice..

A volte, si può avere paura di perdere una persona, o di sfaldare una condizione stabile esprimendo un conflitto. Oppure si può temere la scoperta di un sentimento sconosciuto..ma ricordiamoci sempre che, lo vogliamo oppure no, i sentimenti conflittuali agiscono comunque nella nostra vita! Diamoci tempo, rispettiamoci e perdoniamoci per non essere perfetti. E cerchiamo sempre di dare ascolto alle nostre emozioni, anche a quelle conflittuali, e concediamo loro uno spazio (sempre con i nostri personalissimi tempi e modi), per dar voce e forza anche a quella parte della nostra perenne crescita (forse una delle più dolorose) che non è sempre in accordo con tutto e con tutti.

Vi auguro una splendida settimana

Dott.ssa Emanuela Fasano

 

Numero 13                                                                                                          Mercoledì 5 Gennaio  2011

MA LA MENTE, MENTE?

Rubrica di psicologia con l’obiettivo di fornire spunti per riflettere sulle possibilità negate di ritrovare l’energia insita nella spontaneità e nella naturalezza di ogni essere umano, e stimolare riflessioni e curiosità sul rapporto che l’individuo ha con la propria mente e il proprio corpo.

L’IMPORTANZA DEL CONTATTO COME NUTRIMENTO EMOTIVO…

Carissimi lettori e lettrici,

in questi freddissimi giorni di inizio 2011, capita spesso di cogliere noi stessi e chi ci sta intorno nell’atto di sfregarsi le braccia, le gambe, le mani per riscaldare il corpo. In quel semplice gesto che ci diamo e che vediamo agire così frequentemente, c’è tutto un mondo di accudimento del nostro corpo e di ricerca di calore!  E questo accudimento avviene tramite il contatto (dagli albori della nostra vita, alle relazioni in età adulta, ai momenti in cui sentiamo di dovercelo dare da soli). Ed oggi, parlerò proprio di questo meraviglioso bisogno fondamentale di contatto dell’essere umano.

Il contatto, è una primaria stimolazione fisica ma anche un fondamentale canale di nutrimento emotivo. Ed è quindi un importante raccordo tra la mente e il corpo nonchè un ponte nella relazione tra persone. Un corpo vivo è un corpo caldo, e generare calore tramite il contatto vuol dire riportare la vita ad un livello di piacere e di scioglimento. Ecco un altro dono, che facciamo a noi stessi e a chi amiamo (amici, partners, persone significative), a volte attraverso dei semplicissimi e quasi impercettibili gesti..

Sebbene il tatto non sia di per sé un fatto emotivo, i suoi elementi sensoriali inducono quei cambiamenti neurali, ghiandolari, muscolari e mentali, che chiamiamo complessivamente sentimento. L’identità psico-fisica di una persona si stabilisce attraverso il coinvolgimento e l’identificazione fra la madre e il bambino, principalmente attraverso il contatto. Una carenza tattile nell’infanzia porta spesso ad alienazione, non coinvolgimento, mancanza di identità, distacco, superficialità emotiva e indifferenza. Al contrario, conoscere e padroneggiare i propri sentimenti fornisce all’individuo uno stato di vibrazione e di armonia e ciò è possibile solo quando egli è in grado di contattare se stesso attraverso il sentire corporeo. La relazione ed il contatto con l’altro sono parte integrante di questo processo e si immettono in una dialettica circolare in cui, fin dagli albori della vita, nutrimento e consapevolezza (in età adulta) divengono basi fondamentali per il benessere dell’essere umano.

Essere toccati significa essere visti, riconosciuti ed essere contattati si traduce allora nella possibilità di assumere connotati più reali, che ci permettono di entrare in relazione con noi stessi in modo più diretto, di “incarnare” il nostro sé. E’ dunque evidente che stare con sé e con l’altro sono due processi egualmente fondamentali nella circolarità della vita e del processo energetico dell’individuo, che permettono la co-esistenza del mondo interiore della persona con quella di un mondo esteriore che allora può essere vissuto ed esplorato, con la consapevolezza di un Sé e quindi di una connessione tra emozione e realtà.

A volte, un contatto può essere fastidioso, violento, non sintonizzato con il nostro bisogno. Ed allora ci irrigidiamo, proviamo fastidio e protestiamo (verbalmente, oppure chiudendoci in noi stessi). Questo perchè l’essere toccati signfica anzitutto essere affidati. E se la persona che ci tocca non rispetta il nostro confine, o il nostro bisogno del momento, sta forse pensando più al suo di bisogno… e ciò ci infastidisce, ripeto.

Il contatto può essere: nutrimento (quando è buono per noi), intrusione (quando non veniamo visti né rispettati), privazione (quando questo è assente). Quando possiamo, stiamo attenti ai segnali che mandiamo (quelli gestuali, corporei e verbali) e, se ne vale la pena, facciamo sempre un tentativo di comunicare all’altro (lì dove vediamo che non è in sintonia con noi) di cosa abbiamo bisogno in quel momento… a volte, le persone, non riescono magicamente ad intuire ciò che ci piace o quello di cui necessitiamo. Il mio invito, è quello di mandare dei segnali (di piacere, di protesta e quant’altro) quando sentiamo che quel “tocco” va bene o meno per noi. E concediamoci anche di entrare noi stessi in contatto con il nostro corpo; sentendolo, toccandolo, massaggiandolo. Sono sicura che ognuno di voi lo fa centinaia di volte al giorno senza nemmeno accorgersene. Ed allora, magari, la prossima volta potreste divertirvi a prestare maggiore attenzione a questi piccoli momenti di “auto-contatto”, chiedendovi ad esempio: “cosa fa la mia mano che carezza il mio braccio mentre parlo con tizio?” Scoprirete un mondo. Il mondo della vostra straordinaria capacità di autoregolazione, di darvi amore e calore magari in un momento di ansia, oppure mentre parlate di un argomento doloroso… scoprirete il potentissimo linguaggio del vostro corpo e le risorse (spesso sottili, impercettibili oppure ignorate, ma importantissime) che siete in grado di tirar fuori nel momento del bisogno. Quando siamo confusi su cosa sentiamo o su cosa necessitiamo, mettiamoci in ascolto del linguaggio del nostro corpo: delicato, chiaro e che sempre tende a riportarci verso uno stato di benessere.

Buon Inizio Anno a Tutti Voi Lettori

Dott.ssa Emanuela Fasano

Numero 12                                                                                                     Mercoledì 28 Dicembre  2010

MA LA MENTE, MENTE?

Rubrica di psicologia con l’obiettivo di fornire spunti per riflettere sulle possibilità negate di ritrovare l’energia insita nella spontaneità e nella naturalezza di ogni essere umano, e stimolare riflessioni e curiosità sul rapporto che l’individuo ha con la propria mente e il proprio corpo.

LEGGEREZZA O ILLUSIONE DEL CONTROLLO?

Carissimi lettori e lettrici,

in questo periodo sento il piacere di parlare di ciò che può aiutare tutti noi a sentire la bellezza di ciò che si desidera e di come ci si pone di fronte al proprio volere. Inteso, quest’ultimo, come tensione verso il benessere…

Ora, sarebbe assurdo e alquanto irrealistico parlare di ciò che può “far bene” a tutti, perchè in ognuno di noi è nascosto qualcosa di magico e meraviglioso, che è unico e di cui forse neanche noi conosciamo la chiave d’accesso, ma questo “qualcosa” si fa sentire in alcuni momenti della nostra vita, quindi perchè non aiutarlo ad uscire più spesso?

Ciò che sicuramente accomuna tutti, sono le forze che possono tenere a freno la forza vitale e la sua più piena espressione. Sentiamo l’odore del nostro vero benessere (vero nel senso di totale), in momenti in cui siamo particolarmente energici e raggianti, o nel preciso istante in cui il nostro corpo riesce a rilassarsi profondamente. Cosa accade in quei momenti? Perchè non possiamo mantenere questo stato psico-fisico nel tempo? Quanto le tensioni impediscono il libero fluire del piacere nel nostro corpo? Quanto la mente impedisce al corpo di rilassarsi?

Sicuramente i ritmi di vita della nostra società, ci impediscono di essere sintonizzati con il ritmo della nostra piena vitalità: è come se una continua interferenza forzasse il corpo ad essere “altro” da ciò che è: perennemente efficiente, pronto, instancabile, carico di tensioni. Questo è ciò che ci viene chiesto.

Ma anche vero, è il fatto che spesso non si è disposti a dedicare uno spazio per ritrovare la propria naturalezza, come se culturalmente questa fosse considerata una parte trascurabile. Ma non lo è affatto.

Va bene essere in sintonia con il “motore esterno” dell’ambiente in cui si vive, ma altrettanto necessario è esserlo con il proprio!

Il problema, è tutto nel controllo che pretendiamo di avere sulla nostra mente, sul nostro corpo e, più in generale, sulla nostra vita. Il controllo (che non è una pianificazione adeguata, ma una rigida disciplina che prescinde da tutto e da tutti), mette in moto una serie di meccanismi psico-fisici che tendono a focalizzare su eventi esterni e ad annullare la percezione del corpo e del proprio limite. Ed è un approccio alla vita, non una necessità. L’ansia ci porta a mettere sotto sforzo ogni molecola del nostro corpo e tutti i nostri spazi mentali, perchè ci dice che se così non faremo il nostro mondo crollerà! Sarebbe bene entrare in dialogo con questa ansia, e dirle di non allarmarsi troppo, visto che il controllo è un’illusione della mente e che bisgona accettare che le cose vanno anche un po’ (un bel po’) da sole. Diciamo alla nostra ansia che il nostro 50% possiamo metterlo e bene, anche, in ciò che programmiamo! Ma che l’altro 50% non dipende assolutamente da noi..

Nel titolo di questo articolo, parlo di leggerezza. Questo, per come lo intendo, è uno stato che ci permette di mettere in gioco la nostra forza nella consapevolezza, però, del nostro limite. “Posso arrivare fin qui”.

Mentre nel controllo entrano in gioco moltissime parti ansiose di noi (paura, resistenze, pessimismo, pesantezza etc..), nella leggerezza possiamo muoverci sulla base di ciò che per noi è possibile “fare”, senza spingerci oltre le nostre forze, consapevoli che una forza dosata nel rispetto di sé stessi è una forza che genera comunque i suoi effetti nella realtà. Una forza invece “mal dosata”, incontra puntualmente difficoltà e resistenze.

Quello che voglio dire, è che a volte basta spostarsi leggermente e la prospettiva della nostra vita può  radicalmente cambiare. E non perchè facciamo cambiare magicamente le cose esterne, ma perchè riprendendoci il rispetto per noi, riappropiandoci del nostro limite e dunque della nostra forza, saremo tanto più efficaci quanto più rilassati, nel senso che potremo finalmente dirci (e magari anche dire): “Io posso arrivare fin qui. Da qui in poi, non può più dipendere da me”.

Allora, quale dei modi ci prendiamo la responsabilità di scegliere? La leggerezza consapevole o l’illusione del controllo? Vale la pena rifletterci. Perlomeno, credo che tutti ci dobbiamo una riflessione rispetto a ciò… per il nostro bene che possiamo costruire e porteggere solo partendo dal rispetto di noi stessi.

Approfitto per augurarvi un meraviglioso 2011!

Dott.ssa Emanuela Fasano

 

Numero 10                                                                                                           Mercoledì 15 Dicembre  2010

MA LA MENTE, MENTE?

Rubrica di psicologia con l’obiettivo di fornire spunti per riflettere sulle possibilità negate di ritrovare l’energia insita nella spontaneità e nella naturalezza di ogni essere umano, e stimolare riflessioni e curiosità sul rapporto che l’individuo ha con la propria mente e il proprio corpo.

IL NARCISISMO COME ASSENZA DI CONTATTO, OSSIA COME RAPPORTO CON LA PROPRIA O

L’ALTRUI IMMAGINE

Carissimi lettori e lettrici,

dopo aver trattato i cinque caratteri passiamo ora in rassegna un argomento che è trasversale ad ogni singolo carattere, in analisi bioenergetica: il narcisismo.

Il narcisismo, è più un “tratto caratteriale”, che una vera e propria struttura. Si definisce “trasversale” nel senso che può appartenere ad ogni tipo di struttura psico-corporea.

Siamo abituati a parlare di persona narcisista, quando vogliamo indicare un individuo egocentrico (donna o uomo che sia), che si vanta e si nutre delle proprie qualità estetiche e capacità. Ebbene, non si tratta solo di questo. Va detto che il narcisismo nasce dal mancato riconoscimento delle qualità e delle emozioni della persona, e ciò la porta a non sapersi più riconoscere e ad identificarsi solamente con quegli aspetti che le persone esterne apprezzano. Quello del narcisista non è un “vanto programmato”, ma è un profondo bisogno di rafforzare gli unici aspetti su cui si basa la sua personalità. Immaginate di vivere poggiando la vostra sicurezza solo su ciò che gli altri possono vedere ed apprezzare. Immaginate di non conoscere altra di voi, se non la vostra facciata esterna. Immaginate di non avere la possibilità di sentire le vostre emozioni né di capire chi siete veramente. Immaginate, poi, di vivere un momento di crisi e di non avere null’altro cui aggrapparvi, se non la vostra immagine. Immaginate, non ultimo, di vivere le relazioni senza emozioni. Vi sentirete soli, persi, in un continuo rischio di non “ritrovarvi” più se solo qualcuno non vi dice come siete e non vi dice che siete i migliori. Ecco: il narcisismo, a grandi linee, è questa condizione disperata, in cui non è concesso di riconoscersi e di aggrapparsi a sé stessi. Perchè questo SE’ non è mai esistito. Non avere nulla a cui tornare, perchè tornare a sé vorrebbe dire liberare una profonda vergogna.

Essere consapevoli di sé stessi o avere un’immagine di sé non è certo indice di narcisismo, ma lo diventa se l’immagine si riveste di una qualità grandiosa: un’immagine dovrebbe essere considerata grandiosa solo in rapporto al sé reale; un’immagine è reale quando è connessa al sentimento ed alla sensazione. Quando questa connessione tra immagine di sé ed emozione è interrotta, l’immagine diventa astratta. Troppa enfasi sulla propria immagine rende ciechi alla realtà della vita del corpo. Il narcisista, dissociando l’Io dal corpo, divide in due parti la personalità:  l’Io pensante, con cui l’individuo si identifica; ed il sé corporeo, passivo, osservato ed allontanato. In tal modo il corpo diventa un oggetto da studiare e da controllare con l’unico scopo di renderlo all’altezza del proprio ideale. Al narcisista manca l’accettazione del proprio sé e, in conseguenza di ciò, non ha neanche un rapporto indiretto con esso. Ne è separato. Nel bambino che sviluppa un forte tratto narcisista, l’espressione del suo sé è sempre accompagnata da una sensazione di inadeguatezza, come se qualcosa mancasse o fosse sempre di troppo. A questo punto, l’immagine grandiosa viene costruita ed incarnata per sostituire un sé inaccettabile.

La ferita narcisistica si costituisce essenzialmente quando l’ambiente esige che l’individuo sia profondamente diverso da ciò che è.

Se l’immagine rappresenta la forza dominante della personalità narcisista, l’individuo farà di tutto per sopprimere qualsiasi sentimento che la possa contraddire. Per Lowen, un’immagine può predominare su un’intera personalità solo in assenza di sentimenti forti, che il narcisista elimina negandoli.

Ci sarebbe da dire molto altro ancora. Ma era mia intenzione fornire uno spunto per riflettere sul perchè la società continui a fornire ed a proporre un modello così pericolosamente doloroso, come quello narcisista. Accendiamo la tv, andiamo in giro a fare due passi. Osserviamo. Ed osserviamoci, anche. E riflettiamo sempre, sul confine che c’è tra il prenderci cura di noi e del nostro corpo per puro piacere, o se, dietro questo, nascondiamo una profonda vergogna e quindi non accettazione di noi. E coccoliamo anche un po’ le parti di noi che si vergognano ad uscire fuori. Ricononsciamole, almeno. E se vorremo, potremo anche proteggerle.

Vi mando un carissimo saluto

Dott.ssa Emanuela Fasano