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Presenta
Corso di scrittura comica del Makkekomiko
Stagione 2016 – 2017 (V° anno)

Scrivere per la tv, ma anche no!


Avere uno spiccato senso dell’umorismo a volte non basta, ci vogliono gli strumenti giusti. Il più delle volte però questo senso dell’umorismo è incontrollabile e si rischia di sprecarlo per cui è necessario dargli una forma, una struttura. Per questo motivo grazie al metodo e agli strumenti di questo corso del Makkekomiko riusciremo a trovare il giusto equilibrio.
Chi ha deciso di fare il “mestiere del comico”, sa che non è cosa facile, ma ha dalla sua la certezza che se s’impegnerà con il giusto sacrificio il risultato che né otterrà sarà più che gratificante.
Il NUOVO corso è finalizzato alla scrittura di un monologo comico che di un personaggio, efficace e divertente adatto per la televisione, il live, il teatro, e qualsiasi posto dove ci sia un pubblico.

 

Se sei interessato, scrivici! 

Contatti: info@makkekomiko.it

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Numero 13                                                                                                      Venerdì 22 marzo 2013

A PORTATA DI PENNA

 di Pierpaolo Buzza

 Logo Pierpaolo Buzza

Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.

L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

Se manderete i vostri racconti a http://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –
13. Cosa è realmente volgare
Veniamo adesso a un tema che mi sta particolarmente a cuore: quello della volgarità. Mi sta a cuore perché ritengo che sia uno dei concetti peggio interpretati in narrativa.

La mia convinzione a riguardo è che non esista niente che sia volgare di per sé. Come non esiste niente che sia romantico, o poetico, di per sé. Non è affatto detto che la parola “vaffanculo” sia sempre volgare, e l’espressione “ti amo” sia sempre romantica. Tutto dipende dal contesto.

Se è vero che la bellezza sta nell’occhio di chi guarda, allo stesso modo la volgarità sta nella penna di chi scrive. Il discrimine è, secondo me, la gratuità o meno del turpiloquio.

Un “ti amo” di scherno detto mentre un capoufficio dà una pacca sul sedere della sua segretaria, sapendo che lei non può reagire, è estremamente volgare e offensivo. Un “brutto stronzo” detto fra le lacrime abbracciando il fratello che non si vede da 5 anni è commuovente. Non è mai la parola in sé, è sempre il contesto a fare la differenza.
Cerco di spiegarmi attraverso degli esempi, e facciamo finta che il “secondo me” sia sottinteso all’inizio di ogni frase.

Le continue e basse allusioni sessuali dei cinepanettoni sono volgari. I comici che in scena infarciscono tutte le loro frasi con un “cazzo” sono volgari, a meno che non ci sia un motivo narrativo per farlo. A Roma, quando una persona dice spesso quella parola, si dice “Ahò, ma stai sempre con un cazzo in bocca!”. E questa frase che ho appena scritto è enormemente volgare, perché non era necessaria.

Quindi sì, in definitiva è vero che il turpiloquio ha molte probabilità di essere volgare. Ma il centro della questione dell’appuntamento di oggi è che non è sempre così. E, che quando si riescono ad usare immagini orribili e fare di loro poesia, il nostro lavoro di narratori è al suo apice.
Non c’è un metodo scientifico per capire quando le parolacce sono volgari e quando no. Però esistono una serie di indicatori con cui ce ne possiamo rendere conto.

In primo luogo, come dicevo, il valore del contesto. Una narrazione, qualsiasi essa sia, non dovrebbe contenere fuori tono. Ovvero, una inspiegabile caduta di stile all’interno di un linguaggio “alto”, oppure un volo pindarico all’interno di uno stile “basso”.

Il senso di volgarità che proviamo leggendo davanti ad alcune parolacce è dovuto al loro essere fuori tono rispetto al contesto. Ma, mettiamo il caso, si stiano scrivendo i dialoghi di una persona caratterizzata come particolarmente ignorante o volgare: in quel caso, le parolacce non sono fuori contesto. Anzi, sarebbe fuori contesto non usarle.

Questo non vale solo per il linguaggio dei personaggi, ma anche per il linguaggio del narratore: se il nostro stile è crudo, urbano, e riusciamo a tenere questo stile per tutta la narrazione, allora l’uso delle parolacce non viene visto come una gratuita caduta di stile, ma come una naturale conseguenza dello stesso.
Dopodiché, ci saranno persone che non compreranno il nostro libro perché non gli piace il nostro stile, ma pace all’anima loro. Questo vale comunque con qualsiasi stile, l’importante è che ogni narratore sia fedele a sé stesso.
Altro caso è quello in cui il turpiloquio diventa poesia, cioè quando viene usato per sottolineare un particolare stato d’animo: anche la più nobile delle persone vive momenti in cui potrebbe morire dal dolore. Se questo dolore è raccontato con spessore e senza pietismo, si possono mettere degli sfoghi anche di una crudezza inimmaginabile, e saranno le parti più poetiche di tutta la narrazione.

Certo ci vuole coraggio. E bravura, per trovare quello che (come molte altre cose) è un sottile equilibrio.

Un esempio è la poesia di Stefano Benni “Dormi, Liù”, che vi scrivo di seguito.

Altro esempio è nella satira: la satira vera (e si potrebbe stare per ore a discettare su cosa sia la satira vera) utilizza il volgare come mezzo narrativo per arrivare a ben altri fini, rendendolo così di fatto non volgare. Tutto sta nel capire qual è il sottile equilibrio fra la volgarità usata come mezzo narrativo oppure come strumento elementare per prendere una risata facile.
Il consiglio spassionato che mi sento di regalare al mondo è: non evitate il turpiloquio a tutti i costi, non evitate le immagini crude, anche se possono disturbare. Non siete servi, non si dovrebbe scrivere per compiacere nessuno. Siate solo fedeli a voi stessi.

Quindi: se rileggendo vi rendete conto che quella parolaccia o quella immagine non c’entra niente, che l’avete scritta per prendere una risata facile, o solo per scandalizzare, allora toglietela. Se invece pensate che sia una provocazione giustificata dal vostro intento narrativo, allora tenetela. È lì che alla lunga avrete vinto, dovesse anche piacere solo a voi.
Dormi, Liù

(Stefano Benni)
Dorme la corriera

dorme la farfalla

dormono le mucche

nella stalla
il cane nel canile

il bimbo nel bimbile

il fuco nel fucile

e nella notte nera

dorme la pula

dentro la pantera
dormono i rappresentanti

nei motel dell’Esso

dormono negli Hilton

i cantanti di successo

dorme il barbone

dorme il vagone

dorme il contino

nel baldacchino

dorme a Betlemme

Gesù bambino

un po’ di paglia

come cuscino

dorme Pilato

tutto agitato
dorme il bufalo

nella savana

e dorme il verme

nella banana

dorme il rondone

nel campanile

russa la seppia

sul’arenile

dorme il maiale

all’Hotel Nazionale

e sull’amaca

sta la lumaca

addormentata
dorme la mamma

dorme il figlio

dorme la lepre

dorme il coniglio

e sotto i camion

nelle autostazioni

dormono stretti

i copertoni
dormono i monti

dormono i mari

dorme quel porco

di Scandellari

che m’ha rubato

la mia Liù

per cui io solo

porcamadonna

non dormo più.
Alla prossima!

P.

Numero 04                                                                                                           Giovedì 15 Novembre 2012

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo Buzza

Rubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare.
L’autore, Pierpaolo Buzza, attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.
Se manderete i vostri racconti a http://www.pierpaolobuzza.it/inviaci-il-tuo-racconto.html, Pierpaolo pubblicherà sul suo sito i migliori!

– Appunti di scrittura creativa –

4. Quale forma per la nostra storia?

Se siamo arrivati sani e salvi fino a questo punto, significa che abbiamo una storia da raccontare, vogliamo metterci in gioco facendolo, prendendoci anche dei rischi, e la nostra storia ha uno scopo da raggiungere. Che già è moltissimo.
La prossima domanda che ci dobbiamo porre prima di andare avanti è: in quale contenitore vogliamo mettere la nostra storia? Vogliamo che sia un racconto breve? Un romanzo? Un film? Un cortometraggio? Un monologo teatrale? Una drammaturgia?
Alcune storie chiamano univocamente il proprio contenitore: ci sono storie che possono essere raccontate solo con un film, altre solo con un racconto, e così via. Ma, nella maggior parte dei casi, la scelta è molto meno certa e dipende in larghissima parte dalla sensibilità dell’autore.
Uno stand-up comedian che desideri raccontare una storia è probabile che se la immagini come monologo teatrale: allo stesso modo un divoratore di romanzi se la immaginerà come un bestseller.
Questo è molto soggettivo, ed è importante che ognuno scelga il contenitore che più di tutti lo ispiri, lasciandogli libertà di esplorare la propria storia in tutte le sue sfaccettature.
Il mio invito è quello a non scegliere un contenitore “perché lo fanno tutti”, o perché è il primo che vi viene in mente; ma dedicare alla scelta del tempo e dell’energia. Spesso il contenitore racconta storia quanto il contenuto.
Magari i primi esperimenti non saranno pienamente soddisfacenti, ma bisogna tenere a mente che si impara a scrivere scrivendo, quindi occorre perseverare e non scoraggiarsi davanti agli insuccessi iniziali.

In questo discorso sto volutamente ignorando le difficoltà tecniche di certi medium (scrivere un film non è difficile, ma realizzarlo sì, molto), e ogni discorso di tipo commerciale. Mi sto concentrando unicamente sull’aspetto artistico, dove per “artistico” intendo che rispecchi il più possibile la sensibilità dell’autore, e contemporaneamente sia valido ed elaborato a livello di tecnica.

Il motivo per cui dobbiamo sapere a quale medium è destinata la nostra storia è che ogni mezzo ha le sue regole specifiche, che bisogna conoscere prima di potersi permettere di infrangerle. Di conseguenza, la nostra scrittura cambierà. In alcuni casi, molto.
Ad esempio, se si scrive un racconto, bisognerebbe sapere quello che si intende quando si dice che un racconto lavora per sottrazione. Ovvero, che conta di più quello che non si dice rispetto a quello che si dice.
Se si scrive un film non si può prescindere dal conoscere la struttura del Viaggio dell’Eroe di Vogler, se si scrive un monologo comico bisogna conoscere le basi della scrittura comica. Se sembra che stia dicendo delle ovvietà, si consideri il fatto che evidentemente (almeno stando alla mia esperienza personale) per molti non lo sono.

A volte, quando si ha una storia da raccontare, l’autore sa “a pelle” come la vorrebbe vedere rappresentata. È buona norma assecondare questo impulso, e osare. Se rimaniamo al di fuori della gabbia della vendibilità, tutto è possibile.

I mezzi espressivi sono pressoché illimitati: io ho preso come esempio i più famosi. Ma ce ne sono moltissimi, senza contare quelli che ancora non esistono e che non aspettano altro di essere inventati. Il mio invito, se non avete le idee chiare, è a creare: si possono raccontare storie attraverso una serie di parole disseminate con post-it sui muri di una città, o con una lista della spesa. Si possono inserire delle pagine di sceneggiatura in un romanzo, o fare autobiografia attraverso un album di foto narrative. Sbizzarritevi. Se non c’è un linguaggio, createlo.

Chiaramente questo spazio è troppo piccolo per poterci mettere dentro consigli utili per tutti i mezzi espressivi che si vogliano utilizzare. Quello che consiglio, quindi, è di approfondire per conto proprio le particolarità espressive del mezzo che si è scelto di utilizzare. Questo avviene teoricamente, attraverso la lettura di libri e possibilmente il confronto con persone più esperte; ma soprattutto praticamente. Se voglio scrivere un film, vederne tanti. Se voglio scrivere un romanzo, leggerne tanti. E così via.

Nei prossimi appuntamenti, ci dedicheremo in larga parte al mezzo narrativo del racconto breve, che è forse il banco di prova più immediato per fare pratica con la scrittura. Ma non tralasceremo di toccare anche qualche altra possibilità.

Vi lascio proprio con una foto dall’“album narrativo” che va a formare la biografia di Bertelli Claudia, personaggio inventato da Giuseppe Pontiggia nel suo libro Vite di uomini non illustri nel  racconto intitolato Una goccia nell’oceano divino.

Riprova con un altro il 13 gennaio 1968 e il giorno dopo annuncia a sua madre, mangiando cornflakes in un piatto di latte:
“Non sono più vergine.”
“Da quando?” le chiede sua madre impallidendo, ma cercando di esprimere una curiosità solidale.
“Da ieri.”
“È successo con l’Emilio?” chiede.
“No, con il Pino.”
“Il Pino?” geme lei sgomenta, congiungendo le mani. Ripetente, immigrato, piccolo, di famiglia modesta. “Ma perché proprio lui?”
“Ero certa che avresti detto così” risponde lei con disprezzo. “Siete solo razzisti mascherati.”
“Ma che cosa ti abbiamo fatto?” esclama sua madre.
“Vi odio!” grida.

Alla prossima!
P.

Numero 01                                                                                                           Giovedì 4 ottobre 2012

A PORTATA DI PENNA

di Pierpaolo BuzzaRubrica dedicata alla scrittura di storie o meglio di grandi storie, quelle che ognuno di noi sente il bisogno di raccontare. L’autore, Pierpaolo Buzza attraverso 16 incontri quindicinali con cadenza il giovedì ci darà gli strumenti per imparare a scrivere una bella storia, sicuramente la storia che nasce dentro di noi.

– Appunti di scrittura creativa –

1. Cosa raccontare, e perché?
Scrivere è bello. È forse la cosa più bella del mondo, del resto ci sarà un motivo se così tanta gente lo fa. Si riempiono quaderni interi di pagine fitte di flussi di coscienza, si svolgono meticolosi taglia-incolla sul computer, si stanno anche settimane, anche mesi, dietro alla scrittura di un solo racconto. Tutto questo è magico e affascinante.
In Se questo è un uomo, nel capitolo “Le nostre notti”, Primo Levi descrive un suo incubo ricorrente: quello di avere tra le mani del cibo, di portarlo alla bocca, ma per i più svariati motivi il gesto di mangiare non riesce mai a compiersi, c’è sempre qualcosa che glielo impedisce. E, accanto a questo, ce n’è un altro parallelo: quello in cui è a casa sua, circondato dai suoi cari, e racconta le atrocità cui era costretto. Nell’incubo Levi descrive il non aver da mangiare, il lavoro estenuante, le selezioni, il rischiare la morte tutti i giorni. La sua famiglia, però, non lo ascolta. La sorella gli presta distrattamente orecchio, dedicandosi ad altre faccende prima ancora che il racconto sia finito.
La mattina dopo, Levi scopre che anche il secondo incubo è comune a quasi tutti i deportati.
Quello che si può dedurre, da queste pagine di letteratura e da molte altre testimonianze, è che raccontarsi sia un’esigenza umana primaria, come il mangiare.
Per “raccontarsi” non intendo necessariamente parlare della propria vita; ma che nelle proprie narrazioni ci sia qualcosa di sé (su questo tema torneremo approfonditamente nel prossimo capitolo). È una catarsi che per qualche momento sconfigge la morte.
Ma – qui viene il bello – un conto è avere l’intima esigenza di raccontare, un altro è saperlo fare con criterio.
Quando si racconta, per iscritto o a voce, si ha sempre un interlocutore. Questo interlocutore può anche essere l’autore stesso (riguardo allo “scrivere per sé”, rimando al nostro quinto appuntamento), l’importante è domandarci: per chi stiamo scrivendo? Se ci fosse una sola persona che leggerà la nostra opera, chi vogliamo che sia? La perfetta sconosciuta che ho visto stamattina sull’autobus? Mio padre? Il cane del mio vicino? Una persona che non c’è più?
Conoscere il proprio interlocutore cambia il modo in cui si racconta, e in qualche misura l’essenza della storia. Non mi riferisco a tecniche di marketing affinché il proprio libro venda più copie, ma al fatto che cambierà quella che viene spesso definita “voce narrante”. Il perché raccontiamo e cosa raccontiamo sono due variabili che si influenzano a vicenda: non esiste l’una senza l’altra, e una forte energia su una rigenera automaticamente anche l’altra.
Non è necessario che queste domande abbiano una risposta prima di mettersi a scrivere; ma è utile che, scrivendo, continuiamo a farcele. Già solo così, la nostra storia avrà un senso narrativo, un motivo per essere ascoltata.
Né è necessario che il lettore si accorga di tutto questo, anzi forse non lo saprà mai, ed è giusto così. Nondimeno, la nostra storia avrà una forza e uno spessore che altrimenti non avrebbe, e anche se questo non passa a livello razionale, lo fa sicuramente a livello istintivo. Il nostro scopo non è quello di compiacere il lettore, né il destinatario della storia (ammesso che lo conosciamo all’inizio); il nostro scopo è quello di raccontare delle grandi storie. Tutto il resto sono solo conseguenze.
L’obiezione che più spesso mi sono sentito rivolgere nel mio lavoro è che certe cose non si possono insegnare: o ce l’hai dentro o no, e la prova sarebbe che i grandi scrittori del passato non hanno frequentato alcun corso.
Naturalmente ognuno è libero di avere l’opinione che crede, ma la mia risposta a questa obiezione è che la scrittura è un’arte come qualsiasi altra: la musica, ad esempio.
Quando si studia musica, prima di poter comporre qualcosa bisogna studiare teoria per anni, fare estenuanti esercizi sullo strumento che si è scelto per poterlo poi maneggiare con disinvoltura. E questo è vero anche se Mozart era un talento naturale.
Dopodiché, le norme sono fatte per essere infrante. Ma la differenza fra un genio e un presuntuoso è che il genio lo fa dopo averle imparate benissimo, il presuntuoso perché non ha voluto (o potuto) impararle.
Ora: siccome alle elementari hanno insegnato a tutti a scrivere, si potrebbe pensare che basti questo e del talento innato per essere buoni scrittori. Ma anche la narrazione ha delle regole, dei trucchi, degli strumenti, che sarebbe bene conoscere.
In questi nostri appuntamenti, cercherò di darvi qualche suggerimento tecnico a riguardo, sperando che possa esservi utile. Regole da imparare e poi disimparare, come tutte.
Vi ricordo che sul mio sito personale, www.pierpaolobuzza.it, c’è uno spazio in cui mi potete inviare i vostri racconti: pubblicherò sul sito i migliori. Tutti i diritti rimangono dell’autore.

Vi lascio con Bukowski, E così vorresti fare lo scrittore?

Alla prossima!
P.

Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo
a meno che non ti venga dritto
dal cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
Se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.
Se lo fai solo per soldi o per fama,
non farlo
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.
Se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.
Se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.
Non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e
pretenzioso, non farti consumare dall’autocompiacimento
le biblioteche del mondo
hanno sbadigliato
fino ad addormentarsi per tipi come te
non aggiungerti a loro
non farlo
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da sé e continuerà finché tu morirai o morirà in te.
Non c’è altro modo
e non c’è mai stato.